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Guardialfiera, piccolo borgo molisano, situato su una collina che sovrasta il fiume Biferno ed il prossimo mare Adriatico, è il paese che diede i natali allo scrittore Francesco Jovine.

Egli nacque il 9 ottobre 1902 da una famiglia borghese in cui non mancavano quell’affetto e quei principi morali ed umani che consentono di vivere in perfetta armonia anche in momenti difficili. E di periodi difficili la sua famiglia ne ha avuti diversi, sempre superati però con mirabile dignità e con animo sereno rafforzato dalla fede. Il padre, oltre a condurre una piccola azienda agricola, esercitava la professione di perito agrimensore e Francesco, che lo venerava, lo seguiva nella misurazione dei campi. La madre, rimasta orfana a quattro anni, si ritrovò nell’età adulta un carattere triste ma forte, che le permise di affrontare con coraggio e risolutezza le amare vicissitudini della vita.

Jovine trascorse un’infanzia serena tra le mura della casa paterna, con i fratelli minori: Vittorio, -ancora vivente e residente a Roma-, Nicola ed Ernestina.

Era attaccatissimo al padre che, per il carattere gioviale e lo spirito umoristico, amava raccontare ai figli, nelle lunghe serate d’inverno, accanto al caminetto, episodi vari di vita paesana. E li sapeva colorare con spiccata fantasia tanto da suscitare, specialmente nel figlio maggiore, Francesco, curiosità e attaccamento a quel modo fantastico fatto di schietta ingenuità, d’ilarità e comicità, nonostante la realtà di squallido abbandono, di povertà e solitudine in cui la gente viveva. Si può dire che ciascuno reagiva alle avversità della vita con un’innata, benevola filosofia che aiutava a superare le ataviche difficoltà economiche e sociali dell’ambiente.

Guardialfiera, almeno ai tempi dello scrittore, era un paese particolare per la gente arguta e bizzarra, che amava sdrammatizzare gli avvenimenti più tragici rifacendosi ad antichi proverbi e velando i faceti discorsi con una bonaria risatina ironica; espressione che illuminava anche il volto di Jovine, quando parlava dei “tipi” originali che davano colore alla monotona vita del paese. Da questo mondo fantastico e geniale, fatto di notevoli contrasti tra realtà oggettiva e soggettiva, cioè tra miseria, ignoranza e acutezza di pensiero e sentimento, prenderà corpo un aspetto essenziale della futura narrativa joviniana.

Già in tenera età, sentì prepotente la vocazione letteraria; lesse i libri della biblioteca di famiglia e di un vecchio zio cieco: Machiavelli, Guicciardini, Tasso, Metastasio, la Storia universale del Cantù, e scrisse, tra i nove e gli undici anni, i primi dieci capitoli di un romanzo storico (Lodrisio Visconti) oltre che il primo canto di un poema in terza rima su Ezzelino da Romano. Frequentate le scuole elementari a Guardialfiera, Francesco passò alle scuole tecniche e poi magistrali, per i primi anni presso il convitto vescovile di Larino e negli ultimi al convitto comunale di Velletri.

A soli sedici anni conseguì il diploma magistrale a Città S. Angelo. Durante gli studi dovette cambiare parecchie volte istituto perché, dando ascolto alla sua spontanea vena umoristica, scriveva satire sui professori.Tale spirito ironico, trasmessogli senza dubbio dal padre e dal tipico ambiente del paese natio, lo accompagnerà per tutta la vita e costituirà la tonalità animatrice di argute novelle e comici personaggi.

Dopo il diploma si fermò un anno a Guardialfiera, pur desiderando lavorare per essere di aiuto al padre.In tale periodo ebbe l’opportunità di conoscere più da vicino il mondo contadino, che toccò sensibilmente e definitivamente il suo animo. Durante la sosta in paese, cercò di impegnarsi nella lettura dei classici; accolto di buon grado l’invito del dott. De Lisio a utilizzare la sua ricca biblioteca, potè studiare Gentile, Croce, Kant.

Presentò domanda presso vari istituti per avere un posto come istitutore; fu chiamato nel Collegio di Maddaloni e nel Convitto Nasuti a Vasto.La prima ed importante esperienza di lavoro gli giovò senz’altro ai fini della carriera che intraprese in anni successivi come direttore didattico. Nel 1922 prestò servizio militare a Roma. Fu un’esperienza incresciosa per lui, negato alla disciplina militare, per cui era sempre in punizione e in cella studiava filosofia. Patecipò nel 1923 al concorso magistrale e risultò primo in graduatoria a Campobasso. Rifiutò tale sede per rimanere ad insegnare a Guardialfiera ed avere nel frattempo la possibilità di aiutare il padre.

Nel 1925 vinse il concorso per le scuole di Roma; superò l’esame di ammissione al Magistero dove nel ’29 si laureò, in Filosofia, e fu assistente di Giuseppe Lombardo Radice.Sono gli anni in cui conobbe la direttrice didattica Dina Bertoni, sposata nel 1928, che fu validissima compagna nella vita e attenta collaboratrice nel lavoro. Nel 1929 pubblicò il primo libro: Berluè, un racconto per ragazzi.Dopo aver superato altri concorsi, poté scegliere tra le scuole medie ed elementari: nel 1932 accettò l’incarico di Direttore didattico a Roma, per aver maggior tempo da dedicare alla spiccata inclinazione letteraria.

Scrisse nel 1929 la commedia in quattro atti, il burattinaio metafisico, e nel 1934 uscì il primo romanzo, Un uomo provvisorio, che fu censurato e poi proibito dal fascismo. Volle allontanarsi da quel regime politico opprimente e chiese un comando nelle scuole italiane all’estero; l’ottenne e partì con la moglie per l’Africa. Nel 1937-39 si fermò a Tunisi e nel 1939-40 si trasferì al Cairo; fu costretto a tornare in patria per la chiusura delle scuole italiane all’estero, nel clima della guerra imminente. A Roma, entrò in contatto con i più noti esponenti della cultura, e la sua casa sull’Aurelia divenne un cenacolo di studiosi, letterati ed artisti come Giacomo Debenedetti, Natalino Sapegno, Carlo Levi, Carlo Muscetta, Alberto Moravia, Renato Guttuso, Massimo Bontempelli; Luigi Russo e Lucio Lombardo Radice ne erano abituali frequentatori: tutti spiriti liberi che si avvicinavano alla sua mentalità e contribuirono alla maturazione politica e letteraria.

Riprese i prediletti studi di filosofia; approfondì Croce, Kant, Freud, Tolstoj. Lesse ed assimilò scrittori meridionalisti come Guido Dorso, Giustino Fortunato, Sonnino Franchetti, Tommaso Fiore, tanto da preparare un saggio sul brigantaggio. Tali studi, l’esame del pensiero di Antonio Gramsci e le riflessioni personali lo convinsero sempre più che il Mezzogiorno costituiva il problema fondamentale della rinascita nazionale. L’unica via per dare il suo contributo alla terra di Molise e a tutto il Sud gli appariva quella di farsene portavoce in un’opera letteraria resa più realistica.

Nel decennio 1940-50 nacquero i romanzi, le novelle e gli articoli più significativi. Nel 1940 pubblicò Ladro di galline (racconti), nel 1942 il romanzo Signora Ava; nel 1945 L’Impero in provincia e Il pastore sepolto (racconti); nel 1948 Tutti i miei peccati. Il romanzo Le terre del Sacramento uscì postumo nel 1950 per l’improvvisa morte di Jovine, stroncato a soli 48 anni da un infarto. I primi sintomi erano stati avvertiti in un viaggio a Capri. Durante un convegno di scrittori a Venezia, il 21 aprile 1950 fu colto di nuovo dal malore e venne ricoverato in clinica, assistito da Massimo Bontempelli. Rientrato a Roma, il 30 aprile ebbe l’ultima fatale crisi.

Francesco Jovine ha svolto anche una intensa e varia attività giornalistica, collaborando a numerosi quotidiani e riviste, tra cui: I diritti della scuola, Giornale d’Italia, Italia letteraria, La Nuova Europa, L’Epoca, Rinascita, L’Unità, Vie nuove. Movimentò la vita culturale romana organizzando dibattiti e conferenze insieme a Bigiaretti, Alvaro ed altri.Fondò il Sindacato Nazionale Scrittori e promosse contatti con gli esponenti della cultura di altri paesi.

Pur vivendo in città, rimase attaccatissimo al Molise, una terra a cui si sentiva legato da un amore sofferto e perciò maggiormente radicato nel cuore.Quando rivide, dopo tanti anni di lontananza, i luoghi a lui noti disse:“Sento che dolcemente mi ritorna nel sangue il senso profondo del luogo, che la memoria si riapparenta agevolmente ad odori, suoni, rumori”.Se i parenti e gli amici andavano a trovarlo, egli li accoglieva con affetto e cordialità, pur conservando l’abituale riservatezza.

I suoi occhi, scuri e profondi, si addolcivano nel momento in cui poteva dare libero sfogo all’intima esigenza di parlare, di chiedere del suo paese, del giudizio che i concittadini avevano di lui, delle sue opere; così come era felice di comunicare le sue sensazioni con il dialetto di Guardialfiera.Visse con profonda inquietudine e ansiosa ricerca il problema religioso; in una delle lettere inviate al sacerdote don Giulio Di Rocco, suo compaesano ed amico che attualmente risiede a Termoli, così scriveva: “Caro Giulio, spero che il Signore voglia illuminarmi totalmente. Purtroppo non ho più l’innocenza fiduciosa dei semplici e non riesco a raggiungere la salda fermezza dei saggi, ma spero e la speranza è un primo grande passo verso la gioia della fede”.

E in un’altra “Vorrei avere quel bellissimo abbandono del cuore che hanno quelli che credono con candore e chiarezza. La mia fede io la vengo faticosamente ricavando dall’intelligenza e sono perduto, probabilmente, in un mare di errori. Spero che il Signore voglia perdonare il mio invincibile orgoglio mentale e la mia terribile presunzione”.Jovine era anche attento ed acuto osservatore; in un colloquio o in una semplice conversazione, attraverso l’espressione del viso o dal modo di porgere dell’interlocutore, sapeva coglierne i risvolti umani più reconditi. Era sempre portato a conoscere, a capire e a considerare i problemi degli altri.

Dotato di acuta sensibilità e bontà d’animo, nutriva un accurato amore per i poveri e i deboli. “La sofferenza altrui mi lacera il cuore”, egli diceva.“Io ho visto contadini portare la terra con le corbe dal piano al monte, per rendere umifera una pietraia arida,…. difendere a colpi di zappa un ciglione o un palmo di maggese”. Per questo motivo aveva ispirato la sua opera alla gente umile e indifesa e amava dire: “Se avrò vita, non avrò altra occupazione che di esaminare i progressi delle popolazioni e delle arti nella mia provincia”. Il tema dominante del suo impegno culturale fu pertanto la terra di Molise, evocata non soltanto come legame affettivo, come nostalgico ricordo, ma come una parte del mondo, una cellula dell’umanità, una metafora di tutti coloro che hanno diritto a una vita più dignitosa. Tale missione umana e sociale è il messaggio più alto affidato da Jovine alla sua creazione artistica.

 

Tratto da:

Francesco Jovine

Redatto a cura di: Anna Maria Sciarretta Colombo

Con la collaborazione di: Miranda Jovine Tortora

Della F.I.D.A.P.A (Federazione Italiana Donne Arti Professioni  Affari) Sezione di Termoli (CB).

Immagine:morguefile

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