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Ben presto però un episodio in particolare suggellerà l’antifascismo di Jovine come condizione ormai irrinunciabile.

E’il 1937 e si discute di una nuova riforma della scuola perché si realizzi un adeguamento ai nuovi destini imperiali del Paese. Jovine ha troppo vivo in sé il ricordo del suo Molise, dove il tasso di analfabetismo non è dato irrilevante; forte della sua esperienza di maestro di scuola e poi direttore didattico, ha un principio saldo dentro di sé: il diritto all’istruzione deve essere per tutti, senza eccezione. La sua chiara posizione colpiva politicamente quanto andava elaborando Padre Gemelli, tutto volto a creare una riforma scolastica che privilegiasse solo determinati studenti. Jovine coglieva apertamente il fondo razzistico di tale distinzione e la sua scelta ideologica lo rende sin da subito inviso alla cultura ufficiale.

Il ’37 è infatti l’anno della sua rottura ufficiale con le gerarchie e l’episodio prossimo che la determina è il suo rifiuto del grado di centurione, che gli spettava, in corrispondenza del ruolo equiparato di direttore didattico. Al ministro Ricci dichiara di essere un antimilitarista, giacché imperialismo e diritto all’istruzione generalizzata fanno a pugni, specie in un paese come il nostro dell’ultimo scorcio degli anni Trenta, dalle massicce sacche di sottosviluppo.*

Da questo momento, gli screzi con le gerarchie fasciste si fanno più frequenti e Jovine pensa a un trasferimento nelle scuole italiane all’estero che riesce ad ottenere. In compagnia della moglie Dina Bertoni anch’ella insegnante, raggiunge la sede di Tunisi dove rimane per il biennio (1937-39); nel 1939 invece passerà al Cairo, città in cui soggiorna fino alla fine di maggio del ’40, mese in cui rientra in Italia. Nel periodo trascorso all’estero maturò una serie di racconti che saranno pubblicati nel 1940 con il titolo Ladro di Galline. Il ritorno in Italia non fu voluto, ma costretto; lo scrittore dovette rientrare in patria a causa della chiusura delle scuole italiane all’estero, nel clima della guerra imminente.

Ladro di Galline non è solo il presagio di una poetica personale e, in definitiva, ancora solitaria, ma indica qualche cosa di più: è il segno di una breccia che si apre allo sguardo distratto del paese sulla antica peculiarità intatta del Mezzogiorno. La guerra infuria ovunque, ma il Mezzogiorno ignora e comunque sconosce le assurde motivazioni dell’immenso massacro.**

Stabilitosi ancora una volta a Roma, entrò in contatto con i più noti esponenti della cultura e la sua casa sull’Aurelia divenne il cenacolo di studiosi, letterati e artisti come Giacomo Debenedetti, Natalino Sapegno, Carlo Levi, Carlo Muscetta, Alberto Moravia, Massimo Bontempelli: tutti intellettuali antifascisti che si avvicinavano alla sua mentalità e contribuirono alla sua maturazione politica e letteraria. In questi stessi anni riprese ed approfondì i suoi studi di filosofia: affrontò la conoscenza di Croce, Kant e Freud, avendo sin da subito uno spiccato interesse per la psicoanalisi. Contemporaneamente assimilò scrittori meridionalisti come Guido Dorso, Giustino Fortunato, Sonnino Franchetti; il frutto di queste letture e l’amore per la sua terra gli consentiranno di scrivere un saggio sul brigantaggio: diventa così portavoce delle miserie, dei dolori e degli stenti delle genti del Meridione, mentre matura in lui una nuova ideologia, profondamenta realistica.

<<Nel 1941, per conto di un grosso quotidiano della capitale, Jovine deve allestire dei servizi speciali della sua terra, egli non esita a negare la pur minima attenzione agli eventi drammatici dell’ora>>. ***

E’ convinto sempre più che il Mezzogiorno costituiva il problema fondamentale della rinascita nazionale. L’unica via per dare il suo contributo alla terra di Molise e a tutto il Sud gli appariva quella di farsene portavoce in un’opera letteraria resa più realistica. Il ritorno nel suo Molise come inviato speciale del Giornale d’Italia suggellò in modo definitivo quel rapporto tra lui e la sua terra: lo scrittore pur vivendo in città, rimase sempre attaccatissimo al Molise, una terra a cui si sentiva legato da un amore sofferto e perciò maggiormente radicato nel cuore.

E’ in questo clima ch’egli riprese l’abbozzo di un romanzo cominciato diversi anni prima che aveva come sfondo il brigantaggio nella provincia molisana; (Pietro Veleno brigante); nasce così il romanzo, Signora Ava, che ripreso nel 1938, fu pubblicato nel 1942 da Arnaldo Bocelli nella Collana di narratori, presso l’editore Tumminelli a Roma.

 

Vincenza Dott.ssa CASILLO

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI NAPOLI «FEDERICO II»

DIPARTIMENTO DI STUDI UMANISTICI

CORSO DI LAUREA IN LETTERE MODERNE

ELABORATO DI LETTERATURA ITALIANA

Signora Ava (1942) di Francesco Jovine il Molise contadino e l’Unità d’Italia

ANNO ACCADEMICO 2012-2013

 

 

* N. Carducci, Invito alla lettura di Jovine, Mursia, 1986, pag 15

**N. Carducci, Invito alla lettura di Jovine, Mursia, 1986, pag 23

***N. Carducci, Invito alla lettura di Jovine, Mursia, 1986, pag 23

Immagine:morguefile

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