SCUOLA SCIENTIFICA TESLIANA DI NATUROPATIA OLISTICA

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La libertà degli Antichi e dei Moderni al tempo dei social network:

Benjamin Constant e J.J. Rousseau oggi

 

1.2. Il pensiero politico

In Italia si è letto Rousseau prevalentemente come filosofo politico, inquadrato “da destra” o “da sinistra”, etichettato come capostipite della democrazia moderna o, del tutto all’opposto, come iniziatore della tradizione “totalitaria”.

Da molti viene considerato come il più importante teorico della democrazia, per usare le parole di Hans Kelsen, tuttavia Rousseau è nel contempo accusato di aver lasciato alla teoria democratica contemporanea un’eredità quanto meno ambigua se non addirittura nociva: da un lato avrebbe formulato un ideale troppo esigente, condannando alla permanente inadeguatezza le democrazie reali rispetto al modello ideale; dall’altro, introducendo il concetto di volontà generale, avrebbe eticizzato la volontà del popolo, dando origine alla “democrazia totalitaria”. “Primo grande teorico dell’idea moderna di autonomia, Rousseau ne avrebbe al tempo stesso fornito una versione intrinsecamente paradossale: il “paradosso della libertà”, cioè di una libertà che consiste nel dover volere un contenuto oggettivo che preesiste ed è superiore alle volontà individuali”.*

Al principio del Contratto Sociale Rousseau scrive: “l’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene”: scopo dell’opera è indicare attraverso quale via ripristinare una condizione di libertà, senza pensare, però a un ritorno del passato, a uno stato di eguaglianza originaria che è ormai perduto per sempre. La via individuata da Rousseau va ricercata nel patto sociale, nell’ambito del quale ciascuno dei componenti della comunità cede ogni suo potere alla comunità politica, ovvero al corpo sovrano che tutti in tal modo concorrono a formare. A tale corpo sovrano, investito del potere assoluto, il singolo dovrà obbedienza piena. Tuttavia, conciliare l’evidente contraddizione tra libertà del singolo e obbedienza piena alla comunità politica non appare di facile soluzione. 

L’autore sostiene che tale contraddizione è apparente in quanto, visto che l’atto di sottomissione individuale è compiuto da tutti, ciascuno, dandosi interamente a tutti, sostanzialmente non si dà a nessuno, conservando la propria libertà individuale pur obbedendo alla comunità politica che ha contribuito a costituire. 

In questo modo Rousseau cercava di conciliare le ragioni della libertà e quelle dell’obbedienza: costringere qualcuno ad uniformarsi alla legge, cioè alla volontà generale da cui legge emana, significa soltanto, scriveva, che “lo si sforzerà a essere libero”.

L’opera, pubblicata nel 1762, demoliva le fondamenta dell’Ancien Régime, in quanto sostituiva alla legittimità del potere del sovrano fondata sull’investitura divina, la sovranità del popolo costituitosi in corpo politico che, attraverso l’obbedienza alle leggi che si è dato, garantisce la libertà di tutti gli individui in quanto cittadini, parte del corpo sovrano. 

La soluzione offerta da Rousseau presentava dei rischi, a cominciare dal pericolo che l’identificazione tra obbedienza e libertà da lui affermata esistesse solo sulla carta: la comunità, una volta costituita, non aveva forse una vita autonoma rispetto agli individui che l’avevano fatta nascere? Non avrebbe potuto dunque esercitare su di essi un potere oppressivo? Ed è per questo che Benjamin Constant, qualche decennio dopo la pubblicazione del Contratto sociale, osservò come Rousseau “genio sublime animato dal più puro amore per la libertà”, avesse anche “fornito pretesti funesti a più di un tipo di tirannia”. Una tirannia che avrebbe potuto rivelarsi persino più oppressiva di quella esercitata da un sovrano assoluto: il nuovo potere democratico da lui postulato, fondandosi sul principio della sovranità popolare, aveva infatti una forza, e perciò anche una capacità di schiacciare il singolo individuo, sicuramente maggiore di quella del vecchio potere assoluto fondato sul principio della monarchia di diritto divino.

Si può affermare, in sostanza, che la democrazia moderna è nata dal Contratto Sociale” ma, per i limiti sopra evidenziati, anche “contro” di esso. Se da un lato, infatti, è nata dall’idea secondo cui la legittimità del potere si fonda sul principio della sovranità popolare, dall’altro ha evidenziato che tale principio rappresenta una condizione necessaria ma per nulla sufficiente. La legittimità del potere si determina infatti sulla base del suo fondamento (la sovranità popolare, appunto) ma anche dalla sua estensione. 

Per i rischi insiti nella teoria rousseauiana, questa estensione deve essere limitata, nel senso di prevedere e garantire una sfera di libertà e autonomia individuali che il potere, anche il potere democratico, deve astenersi dall’invadere. Rousseau aveva scambiato l’autorità del corpo sociale per la libertà, aveva pensato che “il patto sociale”, proprio perché fondato sull’adesione di tutti, desse “al corpo politico un potere assoluto” su tutti i suoi membri. La democrazia moderna è nata e si è sviluppata contemporaneamente “da” e “contro” Rousseau anche perché, evidentemente, si è affermata come democrazia rappresentativa. Proprio nel Contratto sociale si legge invece che, non potendo la sovranità essere alienata, il “sovrano”, cioè il popolo, “non può essere rappresentato che da se stesso”; la democrazia può dunque esistere soltanto in una forma diretta, non rappresentativa, analogamente a quanto avveniva nell’antica polis. “I deputati del popolo non sono, né possono essere, dunque suoi rappresentanti; non sono che suoi commissari; non possono decidere niente in definitivo”. Ogni legge per essere tale avrebbe dovuto perciò essere ratificata direttamente dal popolo. Anche da questo risulta evidente che per Rousseau la democrazia si sarebbe potuta realizzare solo entro un ambito territoriale abbastanza limitato, come nelle antiche città-stato.**

A tal proposito, l’autore del Contratto sociale guardava a realtà territoriali simili alle città stato di stampo ellenistico in cui le leggi venivano adottate con la partecipazione diretta di tutti i membri del corpo sociale.

In tal senso, più che ad Atene, l’autore guardava a Sparta, come modello di una dedizione all’interesse collettivo, di una disponibilità al sacrificio, di un rifiuto delle comodità della vita che considerava essenziali per l’esistenza di una democrazia. 

Quasi trent’anni dopo la pubblicazione del Contratto sociale, La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, approvata dall’Assemblea nazionale nel 1789, affermava il principio della “sovranità nazionale” e non “popolare” com’era invece nell’opera di Rousseau; si assegnava la sovranità alla nazione, intesa come una persona giuridica distinta dai cittadini che ne fanno parte, ciò costituiva la premessa per scartare la democrazia diretta a favore di quella rappresentativa. Nella stessa Dichiarazione si riprendeva il concetto di Rousseau di volontà generale, ma si affermava che tutti i cittadini avevano diritto a concorrere alla sua formazione “personalmente o per mezzo dei loro rappresentanti”.

Le idee di Rousseau ebbero, in effetti, una notevole influenza durante la Rivoluzione Francese, durante la quale, però, la sovranità popolare non fu esercitata direttamente dal popolo ma dai suoi rappresentanti: ne consegue che non si può affermare che i governi rivoluzionari fossero un’applicazione effettiva della dottrina politica di Rousseau, che avevano “tradito” proprio con riferimento al principio della democrazia diretta.

In seguito scrittori come Constant e Hegel accusarono le teorie espresse nel “Contratto”, forse con un giudizio eccessivamente negativo, di essere responsabili degli eccessi rivoluzionari, specialmente quelli del Terrore. 

 *Roberto Gatti, la filosofia politica di Rousseau, Franco Angeli,Milano, 2012, pag. 223.

 **BELARDELLI G,  Prefazione nel  Il contratto sociale – J. J. Rousseau - - i classici.

 

 

 

Renata  Dott.ssa COVIELLO

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI NICCOLO’ CUSANO - TELEMATICA ROMA

FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE

CORSO DI LAUREA IN SCIENZE POLITICHE E DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI

TESI DI LAUREA:

“La libertà degli Antichi e dei Moderni al tempo dei social network: Benjamin Constant e J.J. Rousseau oggi”

ANNO ACCADEMICO 2017-2018

 

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