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Letteratura popolare serba

 

Quelle stesse condizioni politiche e sociali che per molti secoli avevano reso impossibile un ulteriore sviluppo dell’antica letteratura serba e che anche in buona parte del territorio croato avevano ostacolato ogni attività letteraria, furono straordinariamente favorevoli alla fioritura di una letteratura popolare che per la sua ricchezza trascende di molto l’interesse puramente folkloristico che tali letterature di solito presentano, e ci appare oggi come un monumento di assoluta singolarità e di rara potenza poetica. Questa letteratura popolare abbraccia generi diversi: proverbi, favole, racconti, poesie liriche, canti epici; e tutti appalesano un’immaginazione ricca, nutrita di una secolare esperienza di vita, che si esprime in uno stile ora posato e fluente ed ora robusto e incisivo.

Ma di questi generi solo i canti epici meritano un rilievo speciale, gli altri invece non offrono, di fronte alle numerose letterature popolari d’Oriente e d’Occidente, nulla di particolarmente notevole. Quando siano sorti tali canti epici e dove e sotto quale spinta, questo, ad onta di numerose ricerche, non lo sappiamo ancora e forse non lo sapremo mai.

C’è ancora chi, per il loro carattere arcaico (ma in molte regioni balcaniche la civiltà ha conservato un’impronta arcaicissima sino al sec. XIX), per la presenza, in essi, anche di temi leggendari (ma le leggende potevano giungere al popolo anche in epoche più recenti dai numerosi centri monastici), infine per la scoperta di alcune tracce di versi popolari in antichi documenti serbi (ma il verso popolare serbo-croato non ha caratteristiche così spiccate, perché queste tracce non possano essere illusorie), vorrebbe riportarli ben addentro al Medioevo; altri, basandosi soprattutto sulla grande massa di canti che trattano della battaglia di Kosovo e di Marko Kraljević, preferirebbe allacciarne l’origine alla grande catastrofe dello stato serbo e al suo successivo smembrarsi in piccoli stati vassalli che avrebbero favorito la genesi (nei territori dell’antica Serbia) di una letteratura popolare su basi feudali; altri ancora, sottolineando il fatto che in questi canti sono penetrati anche elementi della poesia epico-cavalleresca d’occidente, pensano che il loro punto di partenza sia da cercarsi nell’Adriatico e che essi non possano, anche tenendo conto del luogo ove sarebbero sorti, risalire molto oltre il sec. XVI.

Comunque sia, certo è che prima del ‘500 non se ne hanno notizie sicure, ma che a partire da quest’epoca le prove dirette (il poeta Hettoreo inserisce nel suo Ribanje del 1555 due canti popolari) e indirette abbondano e si riferiscono non a una sola, ma a più regioni (del 1531 è una testimonianza sicura per la Bosnia e la Croazia): la poesia epica orale vi era quindi già in pieno sviluppo.

Da allora in poi essa influì di tanto in tanto sulla letteratura scritta, finché nel 1736 il dalmata Andrea Kačić (Cacich) Miošić compilò, col titolo di Razgovor ugodni naroda Slovinskoga (Conversazione piacevole del popolo slavo), una specie di cronaca rimata dei Croati e Serbi, attenendosi così fedelmente allo spirito e alle forme dei canti popolari che il popolo, fra il quale egli ebbe la massima popolarità, riprese questi versi e li ricantò come propri.

E schiettamente popolari essi apparvero ad A. Fortis che nel suo Saggio d’osservazioni sopra l’isola di Cherso ed Ossero (1771) ne tradusse il canto su Obilić e Vuk Branković. Lo stesso Fortis, tre anni dopo, aggiunse al suo Viaggio in Dalmazia la versione della ballata sulla “Moglie di Asanaga” che, tradotta poco dopo (1778) in francese e inserita nei Volklieder del Herder (nella traduzione di Goethe), ebbe una accoglienza favorevolissima in quasi tutta Europa, generando un vivo interesse per i canti serbo-croati (fratelli Grimm, Johannes Műller, P. Mérimée, C. Nodier, A. Mickiewicz, ecc.).Particolarmente fecondo fu l’interesse per questi canti da parte dei romantici tedeschi.

Al loro impulso è dovuta, in primo luogo, la grande e sistematica raccolta dell’autodidatta erzegovinese Vuk St. Karadžić, iniziata nel 1814.Le seguirono parecchie altre (quella del Tommaseo che ne tradusse una parte nei suoi Canti Illirici; quella ricchissima della Matica Hrvatska, 1896 segg.), fra le quali anche alcune più antiche, ma sino allora rimaste inedite (le piccole raccolte settecentesche dei ragusei G. Betondi e G. Mattei).Il materiale enorme viene diviso di regola in “cicli”, fra i quali i più importanti sono quelli di Kosovo (la battaglia del 1389 che segna la fine dell’indipendenza serba), di Marko Kraljević, degli Aiduchi e Uscocchi e delle lotte per la liberazione serba al principio del sec. XIX.

Tale divisione ha soprattutto scopi pratici, ma, come lo dimostrano alcune ricerche recenti, essa può tornare utile per lo studio di alcuni importanti problemi di questa epica popolare (determinazione dei centri d’irradiazione, innesto di motivi vaganti su temi storici, ecc.).In quanto al verso i canti si dividono in due gruppi: quelli dal verso lungo (da 13 a 18 sillabe, ove il secondo emistichio ha costantemente otto sillabe) detti bugarštice (da bugariti, originariamente “cantare alla maniera bulgara”?) e quelli dal verso breve (decasillabo, con una cesura dopo la quarta sillaba).

Nulla di preciso si sa dell’origine di questi due versi, dei quali soltanto il secondo è ancora vivo, mentre le bugarštice sono scomparse sin dalla fine del sec. XVIII. Ma l’interesse che presentano le poesie a verso lungo è grande, perché in esse si rispecchia (forse per la loro origine, e certamente per la loro localizzazione, limitata soprattutto alle regioni cattoliche) una civiltà meno patriarcale, balcanica e più occidentale.

Esse pongono così il problema della distribuzione geografica (e quindi anche culturale) dell’epica serbo-croata (e qui bisognerebbe aggiungere quella bulgara e alcuni aspetti affini dell’epica romena e albanese): problema che finora è stato studiato soprattutto per rapporto al poetare recente (così, p. es., sono stati messi in rilievo i caratteri peculiari, dovuti alla struttura feudale della società in cui vengono cantati, dei canti bosniaci-maomettani, e ci si è soffermati su alcune caratteristiche dell’epica montenegrina, e di quella esaltante le lotte per il risorgimento serbo, ecc.), mentre ricerche più particolari permetteranno forse di trarre illazioni dallo stato attuale (o attuale ai tempi dei raccoglitori) allo stato passato.

Negli ultimi decenni (studi di M. Murko e di G. Gesemann) è stata invece messa nel giusto rilievo la figura del cantore-poeta; è stato assodato, per es., che ogni ripetizione di un canto vecchio è, almeno parzialmente, una ricreazione di esso: nei canti nuovi si è constatata una suggestiva e immediata stilizzazione arcaica, per cui avvenimenti contemporanei al poeta e da lui vissuti, quale testimonio personale, vengono subito avvolti, con l’aiuto di provati schemi stilistici e di motivi noti in una suggestiva aura epico-eroica.

I cantori ci appaiono, così, come veri aedi, fra i quali alcuni, come Tešan Podrugović e specialmente il cieco Filip Višnjić, vanno senz’altro annoverati fra i più grandi poeti serbi.E non solo nelle poesie create o ricreate da questi due e da alcuni altri i cui nomi ci sono noti, ma anche in numerosi canti rimasti anonimi, rielaborati forse da generazioni di recitatori o “guslari” (l’accompagnamento con le gusle non è elemento essenziale di questi canti: in alcune regioni vi si sostituiscono, p. es., le tambure, e spesso l’accompagnamento manca del tutto), si avverte spesso una grande accuratezza costruttiva, accanto a una singolare maestria nell’uso delle immagini e un’esperta arte rappresentativa e narrativa.

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