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Letteratura croata dal principio del sec. XIX sino alla guerra mondiale

 

Le riforme giuseppine, i timidi tentativi di reazione contro le tendenze snazionalizzatrici di Vienna e di Budapest, e l’aspirazione, nutrita dal romanticismo tedesco e cèco (Šafařik, Kollár), verso una letteratura popolare e nazionale sono i prodromi principale del risveglio politico e letterario dei Croati nei primi decenni del sec. XIXI.Lento e pressoché inavvertito da principio, esso si concretò, quasi improvvisamente, nel movimento “illirico” che ebbe nel conte J. Drašković (1770-1856), il suo primo ideatore e in Lj, Gaj (1809-1872) il suo energico e abile organizzatore e realizzatore.

Il programma massimo del movimento – l’unione letterario di tutti gli Slavi meridionali – fallì completamente: i Serbi lo avversarono, i Croati di Dalmazia ne diffidarono e degli Sloveni soltanto S. Vraz vi aderì attivamente; il programma più ristretto invece, che mirava all’emancipazione dei Croati dalla supremazia della borghesia tedeschizzante o magiarizzante e di conseguenza ad una loro autonomia culturale e letteraria, ebbe successi rapidi e concreti: nel 1835 fu fondato il giornale Horvatsko-Slavonsko-Dalmatinske Novine – dal 1836 Ilirske Novine – col supplemento letterario settimanale Danica; nel teatro civico tedesco di Zagabria s’inaugurarono rappresentazioni in lingua croata; nel 1842 fu costituita, sempre a Zagabria, la società editoriale Matica Ilirska e vi iniziò le sue pubblicazioni una nuova rivista letteraria Kolo; contemporaneamente fu riformata dal Gaj l’ortografia e, ciò che ebbe una portata ancora maggiore, il dialetto kajcavico di Croazia fu abbandonato per quello più diffuso štocavico, che la letteratura ragusea, l’opera letteraria della Controriforma e soprattutto la raccolta dei canti popolari di Vuk avevano indicato quale fondamento più adatto per una lingua letteraria comune ai Serbi e ai Croati (grammatica štocavica di V. Babukić del 1836).

Date le finalità del movimento è chiaro che la letteratura, per coloro che vi avevano aderito, dovesse avere un carattere fondamentalmente tendenzioso. Non solo, ma poiché a spingerli verso l’attività letteraria era, nella maggioranza dei casi, la volontà e non l’inclinazione, l’«illirismo» reca una visibile impronta di inesperienza e di artificio.In versi stentati, copiosamente composti in una lingua che non si conosceva a sufficienza, si cantarono l’amore (bisognava conquistare al nuovo ideale le donne) e la patria.

Qualche talento tuttavia emerse e maturò: così il sensitivo e delicato S. Vraz (1810-1815); il pensoso P. Preradović (1818-1872) che ha tratti affini col poeta polacco S. Krasiński; il drammaturgo D. Demeter (1811-1872) autore della tragedia storico-patriottica Teuta (1844); così, infine, I. Mažuranić (1814-1890), che nel poemetto Smart Smail Age Čengijića (La morte di S. A. Č., 1846) seppe fondere, con maestria tecnica e spontaneità di canto, i vari modelli cui gli “Illirî” si erano ispirati: l’antica poesia dalmato.ragusea, i canti popolari e le letterature straniere. L’assolutismo di A. Bach stroncò in buona parte gli ardori di questa schiera di poeti-patrioti; alcuni tacquero del tutto, altri (lo storico I. Kubuljević, 1816-1889) trasferirono la loro attività in altri campi.

Quelli che succedettero a questi fondatori della moderna letteratura croata erano bensì linguisticamente più esperti (sia per la loro origine, sia per il più forte influsso dei canti popolari: così i due romantici, il dalmata L. Botić, 1830-1863, e il francescano bosniaco G. Martić, 1822-1905) e avevano anche talvolta un concetto più esatto del carattere e delle funzioni della letteratura (così il narratore e drammaturgo M. Bogović, 1816-1893, e l’autore del riuscito romanzo umoristico Pavao Čuturić, J. Jurković, 1827-1889), ma non raggiungevano per talento i loro precursori.Intanto, l’orizzonte culturale rimaneva ristretto e il pubblico era pur sempre limitatissimo.

Le condizioni cambiarono dopo il 1860, quando, soprattutto per la mirabile opera di mecenate svolta dal vescovo J. Strossmayer, Zagabria ottenne una serie di importanti istituti (Accademia Iugoslava 1867, Università 1874, Galleria di belle arti 1884) che ne fecero un operoso centro culturale, ove un’attività storico-scientifica (lo storico F. Rački, 1828-1894, lo slavista V. Jagić, 1838-1923) si affiancava alla produzione letteraria. Di questa nuova atmosfera culturale, nella quale il dilettantismo provinciale dei decenni precedenti si andava dileguando, risente molto l’opera epico-drammatica, dall’impronta fin troppo dottrinaria, di F. Marković (1845-1914).

Ma essa si avverte anche, seppure molto affievolita, nei molti romanzi e racconti poetici del primo vero letterato croato A. Šenoa (1838-81) che, fra i molti meriti (ben noti i suoi romanzi, quali Diogenes e Zlatarovo zlato, Il tesoro dell’orefice) ha anche quello di avere guadagnato alle lettere croate un pubblico numeroso.

Fino al 1880 questa letteratura ha un’impronta prevalentemente romantica e vi è sensibile il predominio di influenze tedesche; nel penultimo decennio del secolo penetrano però anche fra i Croati correnti realistiche e naturalistiche non solo dalla Francia e dall’Italia (i romanzieri E. Kumičić, 1850-1904; V. Novak, 1859-1905), ma anche dalla Russia, sia pure di regola per il tramite tedesco (Ks. S. Gjalski, 1854, J. Kozarac, 1858-1906), agevolando, così, la trattazione in forma narrativa di problemi politici (il cosiddetto detto “partito del diritto”, cioè del diritto nazionale, croato, si fa promotore di una visione realistica della vita) e sociali.

Il che non toglie che, sui soliti due motivi predominanti – della patria e dell’’amore-, si continuino a sciorinare versi lirici, nei quali soltanto una certa spregiudicatezza nella scelta del frasario sta a indicare i tempi nuovi. Una profonda umanità, un intenso sentimento dell’arte, liberarono invece presto da ogni impaccio di contenuto e forma le suggestive meditazioni liriche di S.S. Kranjčević (1865-1908).Verso la fine del secolo anche la Dalmazia, fino allora rimasta piuttosto appartata, cominciò a partecipare, con giovanile freschezza e alacrità, ma anche con una congenita esperienza d’arte, alla letteratura croata.

Non solo, ma con i nuovi elementi di poesia che vi apportano – e sono, com’è naturale, elementi latini e italiani -, con un più disciplinato senso della poesia (che aveva caratterizzato già prima i poeti Mažuranić e Kranjčević, ambedue oriundi dal litorale al Sud di Fiume) e con la loro fantasia più ricca e più duttile, i Dalmati si mettono subito all’avanguardia della poesia croata e ne agevolano il passaggio da un realismo a tendenza, che non vi si era mai saldamente ancorato, ad una concezione d’arte più classica, più universale e più moderna.

Il raguseo I. Vojnović (1857-1929) rinnovò il teatro croato con un’arte tutta sfumature e di una gamma ricchissima che va dal tocco più delicato al più sgargiante colorito, mentre i tre poeti A. Tresić-Pavičić (1867), V. Nazor (1876) e M. Nikolić (1878) ne arricchirono la lirica, risentendo, specie i due primi, l’influsso del Carducci e del D’annunzio, con nuovi esperimenti metrici e con una inconsueta e di regola efficace sostenutezza di stile. Più genericamente “occidentale” è il versatile M. Begović (1876) le cui liriche smaliziate e i cui drammi sapientemente costruiti rivelano una sicura padronanza dei mezzi artistici.

Un po’ a parte, perché rimasti fuori dell’orbita della letteratura italiana, stanno D. Šimunović (1873), le cui novelle si distinguono per fine penetrazione psicologica, e J. Kosor (1878) nei cui drammi robusti si avverte l’eco dell’espressionismo tedesco.Nello stesso tempo anche Zagabria, ma più sotto l’influenza dei Tedeschi e dei Francesi (il giornalista e letterato A. Matoš 1873-1917; il poeta immaginoso V. Vidrić, 1875-1909; l’autore drammatico M. Ogrizović, 1876), ingaggia la lotta per l’emancipazione della poesia dalle ingombranti tendenziosità delle generazioni precedenti.

Ma il culto della libertà di espressione generò, tanti in alcuni di essi quanto in qualcuno dei loro compagni dalmati, una superficialità e vuotezza che fu sentita dai giovani, i quali, anche sotto la spinta delle guerre balcaniche, reclamarono una poesia più austera, che li ricondusse automaticamente al nazionalismo e persino a un regionalismo non più folkloristico, ma aderente alla nuova realtà. Su questo cammino essi ebbero per guida e maestro V. Nazor.

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