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Immigrate, verso la fine del sec. XVII, nell’Ungheria meridionale e nella Slavonia orientale , considerevoli masse di Serbi vennero a contatto con la civiltà dell’Occidente.

Dapprincipio essi cercarono di conservare, anche nelle nuove terre, e anzi di rinforzare, i rapporti con la Russia, facendo venire di lì maestri e sillabari; ma poi sempre più invalse l’uso di ricorrere a tipografie di Venezia, Buda e Vienna.  Anzi le due capitali dello stato asburgico divennero, sul finire del sec. XVIII, i centri principali dell’attività letteraria e culturale dei Serbi.  Ciò era dovuto non solo al fatto che Vienna era contraria a qualsiasi legame tra Servi e Russi, ma anche all’ascendente che su tutti i popoli della monarchia esercitava allora l’illuminismo giuseppino.

 

A Vienna uscì nel 1791 il primo giornale serbo, Serbskija noviny, cui seguirono, un anno dopo, le Slavenoserbskija  Vedomosti; e a Giuseppe II, considerato loro salvatore, i Serbi rivolgevano odi e panegirici. Oltre che nell’incremento dato alla produzione letteraria, l’influenza delle nuove correnti si fece sentire anche nella graduale emancipazione della cultura serba dal clero, e nella parallela, anche se più lenta e maggiormente ostacolata, nazionalizzazione della lingua letteraria che per lungo tempo ancora rimase infarcita di elementi slavo-ecclesiastici e, soprattutto, russi.

Le tappe successive di questo progresso culturale e linguistico sono segnate dai tre principali rappresentanti della letteratura serba del sec. XVIII: da J. Rajić (1726-1801), autore della Istoria raznych slavenskich narodov (Storia dei diversi popoli slavi, Vienna 1794-95); dal versatile Zaharija Orfelin (1726-1785) che stampò la maggior parte delle sue numerose opere a Venezia (fra l’altro il primo e unico fascicolo della prima rivista di tutti gli Slavi meridionali, lo Slavenserbskij Magazin, 1768); infine da Dositeo Obradović (1742 o 1743-1811) che, nutrito delle più svariate letture e girando per il mondo alla ricerca del sapere, riassume e sintetizza i bisogni culturali di un  popolo che, dopo secoli d’isolamento, si riaffaccia alla soglia della letteratura.
Nel loro sforzo per risalire alla luce, questi modesti costruttori della rinnovata cultura serba ricorsero anche alla letteratura italiana: lo stesso Obradović adattò per i suoi connazionali l’Etica  di F. Soave (Etika ili filosofija naravoučitelna po sistemi prof. Soavi, Venezia 1803) e un suo allievo E. Janković (1758-92) tradusse I Mercanti del Goldoni (Tergovci, Lipsia 1787), dando così ai Serbi il primo esempio di una commedia.

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