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Categoria: DIPENDENZA E LAVORO NELLA FAMIGLIA

pater-dominus

Origini della servitù e sottomissione al pater familias

Gaio affermò che “vi sono tre tipi di utensili : quelli che non si muovono e non parlano; quelli che si muovono e non parlano (animali), e quelli che si muovono e parlano (schiavi)”: affermazione dalla quale si evince la mera e scarna considerazione dello schiavo, considerato res , “utensile” da lavoro, idoneo solo ad apportare la propria attività per l’incremento dell’economia a favore del dominus.
Il rapporto intercorrente tra la schiavitù e gli altri stati di soggezione appena trattati è inversamente proporzionale : nel momento in cui si espande la schiavitù gli altri stati di soggezione diventano sempre più deboli fino a scomparire del tutto alcune fattispecie.
La schiavitù nasce in primis a causa della guerra, quale bottino vivente che i vincitori portano a casa per sfruttarlo a livello economico: vennero sottomesse così intere popolazioni sconfitte in guerra ed il commercio degli schiavi divenne una fiorente attività economica, poiché gli schiavi costituivano la manodopera indispensabile per garantire il funzionamento dell’economia e l’incremento della stessa.

La schiavitù romana ebbe due caratteri: il primo, più crudo e a volte disumano, quello dello sfruttamento e delle punizioni perpetrate ai danni degli schiavi; il secondo fu quello della previsione di procedure semplici per la liberazione e l’integrazione dello schiavo per mezzo delle manumissiones.
Gli schiavi che ebbero la fortuna di essere liberati furono per la maggior parte impiegati negli eserciti romani: in particolar modo nel rapporto diretto tra padrone e schiavi, quest’ultimi cercavano di acquisire meriti, adottando comportamenti docili e di sottomissione al padrone con lo scopo di essere liberati, questo valeva almeno per gli schiavi domestici che avevano un rapporto diretto e quotidiano con il dominus, ma costituiva sicuramente la minoranza.
Per la maggioranza degli schiavi invece la condizione rimaneva  a vita, poiché costituivano solo un mezzo impiegato nel lavoro per il rafforzamento e l’ampliamento dell’economia: era la grande massa ad essere considerata un oggetto, un “utensile” come affermava Gaio, di proprietà esclusiva del pater familias, che poteva essere bastonato o ucciso in virtù del potere derivante della potestas dominica, condizioni queste che si rilevarono in certi casi esplosive poiché determinate da estrema sofferenza.

Si era nello status di schiavo dalla nascita o per conseguenza di determinati fatti giuridici: nel primo caso era schiavo chi nasceva da una donna schiava al momento del parto; nel secondo caso  diventava schiavo colui che, a causa della capitis deminutio maxima, perdeva la libertà.
Così nel periodo più antico il prigioniero di guerra, il debitore che ha subito la manus iniecto e la conseguente prigionia senza pagare il suo debito, chi si sottraeva al servizio militare (infrequens), o all’iscrizione del censo (incensus), o ancora il cittadino che per violazione del diritto delle genti veniva consegnato dal pater patratus, capo del collegio sacerdotale dei Feziali, al popolo straniero offeso.
Nel periodo repubblicano la petitio ex servitute in libertatem fu negata a colui che essendo libero si fosse venduto, come schiavo, al solo scopo di dividere egli stesso il prezzo con il connivente che aveva simulato la vendita, rimanendo civilmente in condizione servile.

Ed ancora nel periodo dell’Impero la donna libera che aveva una relazione con uno schiavo, dopo tre diffide da parte del padrone diveniva schiava dello stesso dominus, così come nell’età del Principato la condanna ad uno dei summa supplicia (croce, forca, belve).
Con la riforma giustinianea si conservano  alcune cause di schiavitù già precedentemente accennate, ma altre se ne aggiungono: così diventa servo il liberto che non adempie ai suoi doveri  verso il patrono e, salvo il diritto di riscatto, il figlio di famiglia venduto in tenera età, mentre nel periodo classico la vendita del figlio da luogo alla causa mancipii.

Dal punto di vista patrimoniale, tutti i beni di chi subisce la capitis deminutio maxima  vengono trasferiti a colui che acquista l’individuo come schiavo, eccetto nel caso in cui la schiavitù è posta in essere all’estero per ragioni pubbliche, caso particolare in cui il patrimonio rimane alla famiglia e ritorna al capite minibus se a suo favore si verifica il postliminium*.
Il destino degli uomini ridotti in schiavitù fu molto vario e dipendeva anche dal ruolo che l’individuo aveva prima di diventare schiavo: c’erano gli schiavi colti, che venivano impiegati  per l’insegnamento rivolto ai figli dei ricchi romani; c’erano gli schiavi artisti, che erano trattati con grande cura e per questo s’integravano facilmente nella famiglia dei padroni;  una posizione privilegiata avevano in genere tutti quegli schiavi che sapevano svolgere un lavoro privilegiato come gli artigiani, gli agronomi e i medici.
Tra gli schiavi  c’era anche personale specializzato come cuoco o addetto a funzioni amministrative (segretari, scribi, contabili, ecc…), che si occupavano dell’amministrazione del loro padrone. Queste categorie di individui, pur essendo ridotti in schiavitù,  avevano un ruolo sociale superiore a quello di molti individui liberi ma di condizione povera.
Purtroppo, nella posizione opposta a queste categorie vi era la “gran massa” di schiavi semplici, addetti ai servizi più umili.

Gli schiavi furono ampiamente utilizzati anche nelle attività artigianali, commerciali e nella pastorizia.
Il gradino più basso della “piramide” dello status di schiavo era occupato dagli individui che venivano impiegati ai lavori forzati nelle miniere, sottoposti ad un impegno durissimo, disumano, con ritmi estenuanti ed incessanti, in condizioni malsane e pericolose, con altissime percentuali di mortalità.
Dalla seconda metà del IV secolo i mutamenti molto importanti condussero alla vasta diffusione della schiavitù degli stranieri fatti prigionieri: diminuì sostanzialmente il numero delle persone in mancipio e degli asserviti per debiti, mentre si abolirono completamente i nexi (326); inoltre si ebbe l’equiparazione, almeno dal punto di vista politico-formale, fra patrizi e plebei**.
Nella prima età imperiale, epoca in cui le grandi conquiste cessano, la manodopera degli schiavi non proviene più soprattutto dalle conquiste e dai “bottini umani” di guerra, ma da altre fonti, come “l’allevamento” degli schiavi: così i figli nati dagli schiavi diventano automaticamente proprietà del padrone e destinati a rinnovare e rafforzare la forza lavoro del padrone, una volta raggiunta l’età di lavoro, oppure vengono messi in vendita, con guadagno economico anche in questo caso per il padrone.

Le  economie più importanti dell’antichità furono frutto del duro lavoro degli schiavi, soprattutto nella storia di Roma dove si raggiunse un livello di efficienza a partire dal II secolo a.C., in concomitanza all’epoca delle grandi conquiste nel mediterraneo:  la  manodopera era costituita da schiavi sottoposti, al un regime autoritario del pater, ad un duro modo di vivere, finalizzato solo ed esclusivamente ad obiettivi di efficienza, di produttività ed espansione, lavorando con ritmi estenuanti sempre e comunque sotto il vigile, e spesso crudele, controllo del padrone.
Nella maggior parte dei casi tutta l’esistenza dello schiavo fu finalizzata solo ed esclusivamente al lavoro, per la crescita economica.

 


*  Cfr. Arangio – Ruiz V., “Istituzioni ecc…”, op. cit, p. 482 e ss.

**  Serrao F., “Diritto ecc…”, op. cit., p. 281.

 

CONSULTA ANCHE:
Dipendenza e lavoro nella famiglia
Dipendenza e stato di soggezione: un rapporto economico-patrimoniale
I rapporti di sottomissione del filius e degli estranei
Le manumissiones
Le forze lavorative nei rapporti di dipendenza
Il potere del pater familias

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