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Categoria: STIMOLAZIONE NEUROPSICOLOGICA

cieloenuvole

LA NEUROPSICOLOGIA

Nonostante la stimolazione neuropsicologica nella pratica assistenziale sia un fenomeno ancora poco conosciuto e scarsamente applicato negli ospedali italiani, la ricerca condotta vuole evidenziare la sua importanza e il forte impatto riscontrato nelle cure medico-assistenziali.

Ricerche bibliografiche hanno dimostrato come la maggior parte dei malanni che affligge l’intera umanità si radica nelle cattive relazioni che gli esseri umani instaurano con l’ambiente che li circonda. Il lavoro, l’alimentazione e la vita sociale contemporanea plasmano stili di vita e comportamenti che rappresentano le radici delle principali patologie moderne: cardiopatie, tumori, malattie autoimmuni e allergiche, disturbi dell’umore e del comportamento.

Questo fa si che tra gli operatori sanitari e le istituzioni, si richieda un’innovazione del modello scientifico di riferimento superando definitivamente la dicotomia mente-corpo, che porta con se la presa in carico del paziente sia dal punto di vista psichico che biologico.

La psiche è condizionata dalla rete di relazioni biologiche interne all’organismo, derivanti dall’alimentazione, dall’attività fisica e al tempo stesso, retroagisce su tali sistemi, svolgendo un ruolo determinante nell’equilibrio salute-malattia.

L’organismo di fronte ad uno stimolo comporta una variazione di molti sistemi: nervoso, endocrino, immunitario, metabolico e circolatorio.

La loro attivazione mette in condizione l’organismo di affrontare al meglio la situazione che ha originato la reazione medesima. Il sistema nervoso, di fronte ad uno “stressor”, fisico o psichico, aumenta la produzione di adrenalina e di numerosi altri ormoni collegati all’attivazione dell’asse dello stress, rendendo il cervello più attivo e attento, i muscoli maggiormente irrorati ed energetici e il sangue più ricco di sostanze utili a contrastare il dolore.

La fitta segnalazione periferica che giunge al sistema nervoso centrale, sia essa ormonale o immunitaria, è in grado di modificare l’equilibrio fisiologico del cervello e, per suo tramite, dell’organismo nel suo insieme.

La fisiologia ottocentesca ha studiato a lungo come gli effetti delle condizioni fisiche dell’organismo possano influenzare anche l’umore e in generale l’attività psichica di un individuo.

Verso la fine del secolo scorso è stato documentato che, gli effetti delle sostanze alimentari e quelle prodotte dall’organismo, per esempio dal sistema immunitario, influenzano radicalmente le attività cerebrali e di conseguenza le manifestazioni psichiche di un individuo.

Grandi sorprese scientifiche mostrano la centralità del cibo nelle più importanti patologie contemporanee e la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, in merito a quanto detto, afferma: “La nutrizione è venuta alla ribalta come un’importante e modificabile causa di malattie croniche. C’è una crescente evidenza scientifica che modificazione dietetiche hanno forti effetti, positivi e negativi, sulla salute nell’arco della vita”.

Ciò che mangiamo è in grado di influenzare l’umore e l’attività mentale; la composizione di un pasto, se a prevalenza di carboidrati e proteine, influenza la quantità di amminoacido triptofano disponibile per la sintesi di serotonina cerebrale (neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione dell’umore).

Persino l’attività fisica ha un’azione protettiva del tessuto nervoso, in quanto incrementa le abilità cognitive, attenua i deficit motori, stimola la produzione di nuove cellule nervose e migliora i deficit neurologici manifestati in malattie neurodegenerative.

Sulla base di ciò sono state effettuate ricerche mirate ad individuare forme di intervento specifiche per mettere in moto tale reazioni neuro-fisiologiche ed è stato riscontrato che gli strumenti migliori di intervento si trovano nell’introduzione della psicologia clinica ospedaliera.

Da un punto di vista epidemiologico le cause principali di mortalità sono malattie croniche, malattie cardiache, neoplasie, disturbi cerebrovascolari, che comportano la necessità di una presa in carico differente dalla semplice terapia farmacologica, per il loro carattere degenerativo che le caratterizza e per il carico emotivo che grava sul malato, portando, così, alla necessità di contributi ulteriori alle sole conoscenze mediche.

Malgrado ancora oggi la psicologia clinica ospedaliera si attui in modo frammentario e disomogeneo sul territorio nazionale, si propone di instaurare relazioni con il malato mediante due approcci: psico-biologico e comportamentale. Entrambi migliorano la qualità globale del processo di cura e di assistenza, e riconoscono in un modello olistico, piuttosto che in quello biomedico, la complessità della persona malata.

Facendo riferimento ai due approcci neuropsicologici emerge l’importanza del ruolo dell’infermiere, il quale si propone di instaurare un rapporto cooperativo con il paziente mediante una corretta comunicazione.

Studi scientifici evidenziano come ogni parola o gesto comunicativo influenzino il comportamento e come risulta determinante la comunicazione non verbale rispetto a quella verbale.

Comportamenti quali il riso, il sorriso, il pianto, il dolore, la rabbia, la paura, l’aggressione e la sottomissione, sono tipiche del comportamento umano e rappresentano elementi indispensabili e determinanti di una buona relazione.

Comunicare significa “rendere comune”, far partecipe qualcuno di qualcosa, condividere esperienze e informazioni. Grazie a questo la persona si sente realizzata, utile e soprattutto matura le sue conoscenze.

Ma molto spesso è difficile riuscire a tollerare i cambiamenti ed accettare le diversità legate alla malattia, per questo motivo è stato introdotto un intervento che mira ad emergere e potenziare le capacità individuali della persona malata, nonché di incrementare le capacità comunicative con gli operatori sanitari.

Utilizzando strumenti che si avvicinano sempre di più alle esigenze di ogni singolo paziente, permettiamo loro di far parte del mondo, di combattere il loro disagio, di uscire dal loro “buio” pessimista e dalla loro assente autostima.

Integrarli e rendere attiva la loro mente li aiuta a reagire positivamente alla vita, alle cure mediche e all’assistenza.

“Il paziente integrato si sente parte della comunità, il paziente informato e ascoltato si sente anche stimato”.

Martina Dott.ssa Cordeschi

UNIVERSITA’ CATTOLICA DEL SACRO CUORE – ROMA

FACOLTA’ DI MEDICINA E CHIRURGIA “A. GEMELLI”

ISTITUTO FIGLIE DI SAN CAMILLO

SCUOLA “PADRE LUIGI TEZZA”

CORSO DI LAUREA I LIVELLO IN INFERMIERISTICA

Tesi di laurea

Il pensiero è azione: stimolazione neuropsicologica come strumento di assistenza

ANNO ACCADEMICO 2011-2012

 

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Sitografia

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Consulta anche:

Neuropsicologia - definizione e cenni storici

Neuropsicologia - disturbi visuo spaziali

Neuropsicologia - disturbo del sonno veglia

Neuropsicologia - l'invecchiamento

Neuropsicologia - il cibo, l'attivita' fisica, la parola

Neuropsicologia - la comunicazione, linguaggio del corpo

Neuropsicologia - uomo e malattia

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