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Categoria: STIMOLAZIONE NEUROPSICOLOGICA

ambiente

Relazione infermiere-paziente: uno strumento terapeutico

 

L’uomo, dalla nascita alla fine dell’adolescenza, impiega tutte le sue forze nell’acquisire “competenza relazionale”, cioè la capacità di comprendere l’esplicito e l’implicito, le parole e le emozioni degli altri esseri umani.
Nell’ambito clinico, almeno la metà della professione degli operatori sanitari, si impegna ad accogliere sintomi offerti dal paziente, che spesso sottendono un bisogno di riconoscimento di cui il paziente stesso è inconsapevole.
L’infermiere, in tal senso, dovrà accettare il sintomo come tale e colludere con il paziente entrando in un processo di medicalizzazione del bisogno; dovrà disconfermare la richiesta, affermando: “ non hai nulla”; dovrà riconoscere le problematiche sottostanti e imbarcarsi in una relazione coinvolgente e imprevedibile.
In questo modo l’infermiere svolge un’assistenza essenzialmente psicoterapeutica.
La relazione infermiere-paziente, che si viene così ad instaurare, si pone a metà strada tra quella di servizio o scientifica e quella interpersonale; è infatti incentrata sul bisogno fisiologico e contemporaneamente sulla persona. 
Le caratteristiche peculiari che la caratterizzano sono:

1.    Asimmetria;
2.    Complementarità;
3.    Contrattualità implicita;
4.    Centralità dell’obiettivo;
5.    Intimità;
6.    Ritualizzazione.

Si definisce asimmetria una serie di relazioni interpersonali (madre-figlio) o di servizio (prestatore d’opera-committente).
Analogamente a questa, la relazione infermiere paziente rimane comunque stabilmente complementare, pur articolandosi in ruoli diversi che talvolta si succedono rapidamente l’uno con l’altro forzando uno dei membri nella posizione rispettivamente complementare.
Nella sociètà attuale l’infermiere svolge una serie di compiti spesso difficilmente conciliabili tra loro e che, molto spesso, lo forzano in ruoli di compromesso.
Nella contrattualità implicita ambedue i membri hanno aspettative reciproche che li legano in una sorta di contratto che è, per entrambi, garanzia di una buona relazione.
Il disattendere le regole esplicite, ma più spesso quelle implicite, come per esempio tradire il segreto professionale da una parte o non attenersi alle prescrizioni dall’altra, costituisce un’effettiva violazione del contratto terapeutico.
La relazione, invece, nasce e si sviluppa in funzione della minaccia, dal pericolo e dalla sofferenza.
E’ quindi centrata sull’obiettivo e sebbene possa arricchirsi nel tempo di obiettivi meno definiti e più interpersonali, mantiene per sempre questa connotazione.
In tal senso devono essere intesi i limiti della relazione: non deve acquisire caratteristiche che non le sono proprie, compromettendone alla fine le potenzialità.
Ciascuno riconosce spazi fisici di sua pertinenza in cui gli altri sono accettai o appena tollerati oppure assolutamente esclusi.
L’inviolabilità fisica si estende, per analogia, agli sguardi e noi stessi non tolleriamo che lo sguardo di altri si soffermi troppo su di noi e addirittura celiamo con abiti alcune parti del nostro corpo.
Tale senso di intimità coinvolge fatti, esperienze, emozioni e pensieri che riteniamo, appunto, “intimi”, cioè interni al nostro “io”. 
Tuttavia il principio biologico di intimità è fortemente legato al corpo e appunto il corpo viene necessariamente offerto all’osservazione clinica, che è autorizzata a violare tale intimità.
Però, diversamente da altre relazioni intime, tale accesso da un lato connota come intima la relazione infermiere-paziente, dall’altro oggettivizza il corpo, sottraendolo all’ambito del desiderio.
Per questo è opportuno anche tenere in considerazione la ritualizzazione, in quanto possiede modalità proprie che si sono strutturate nel tempo e nella cultura di ogni popolo, in funzione della tutela della relazione stessa.
Appartengono ai rituali l’insieme delle regole della relazione: il compenso, il diritto di chiedere notizie che attingono alla sfera intima del paziente e di entrare nel suo campo somatico, guardarlo, toccarlo, proprio perché la ritualità dei gesti, delle sequenze e dei luoghi connota in modo specifico quegli stessi gesti e quelle stesse parole.
Per quanto si è detto, la relazione infermiere-paziente presuppone abilità specifiche e diverse, sia dalle altre relazioni di servizio sia dalle altre relazioni interpersonali.
Richiede empatia senza coinvolgimento, nell’interesse di entrambe i membri della relazione stessa. Tutte le discipline psicologiche del corso di studi, ed in particolare la psicologia clinica, offrono notizie utili per comprendere il paziente e la sua reazione neuro-psicologica alla malattia organica e il disagio psichico.
E’ necessario, perciò, che l’infermiere riesca a trasformare la relazione infermiere-paziente in un atto terapeutico attraverso il quale somministra se stesso come farmaco.
Affinché questo avvenga, l’infermiere dovrà riconoscere l’intrinseco valore della relazione terapeutica e deve imparare ad utilizzarla con la stessa attenzione e competenza con cui somministrerebbe un farmaco e non privo di effetti collaterali.
Pertanto la relazione può e deve essere utilizzata in modo tecnico. La funzione terapeutica risulta essere tecnica, per quanto riguarda la somministrazione dei farmaci, e non tecnica per quanto riguarda gli aspetti relazionali.
Avremo così una situazione ben identificabile che costituisce specifici modelli di relazione d’aiuto: la terapia integrata. Quest’ultima prevede la scelta tecnica di utilizzare l’intervento farmacologico o psicologico, o ambedue, in ogni possibile relazione temporale.

Il paziente cronico

 

La cronicità della malattia, a lungo andare, può cronicizzare il rapporto infermiere paziente.
Se le aspettative diventano irrealistiche e se il medico ha colluso con esse, si verifica una continua frustrazione dell’attesa di guarigione che conduce spesso l’infermiere a ritirarsi in posizioni di retroguardia.
Questa situazione è meglio nota come “ disinvestimento del rapporto” ed attiva valenze negative nei confronti del paziente, che vanno dalla sensazione di fastidio all’aggressività più o meno agita.
Esse possono essere manifestate da continue interruzioni della comunicazione e dalla scarsa considerazione dei bisogni del paziente, conseguendone un disinvestimento anche da parte del paziente stesso con rottura definitiva del rapporto.
Queste situazioni gravano la psiche del paziente, il quale disinvestendo in qualsiasi tipo di relazione, perde la volontà di agire, la voglia di comunicare e la capacità di attivare il sistema nervoso.

Martina Dott.ssa Cordeschi

UNIVERSITA’ CATTOLICA DEL SACRO CUORE – ROMA
FACOLTA’ DI MEDICINA E CHIRURGIA “A. GEMELLI”
ISTITUTO FIGLIE DI SAN CAMILLO
SCUOLA “PADRE LUIGI TEZZA”
CORSO DI LAUREA I LIVELLO IN INFERMIERISTICA
Tesi di laurea
Il pensiero è azione: stimolazione neuropsicologica come strumento di assistenza
ANNO ACCADEMICO 2011-2012

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