(function() { var cx = '000482480240528106050:6zvch_agk4s'; var gcse = document.createElement('script'); gcse.type = 'text/javascript'; gcse.async = true; gcse.src = (document.location.protocol == 'https:' ? 'https:' : 'http:') + '//cse.google.com/cse.js?cx=' + cx; var s = document.getElementsByTagName('script')[0]; s.parentNode.insertBefore(gcse, s); })();
Stampa
Categoria: STIMOLAZIONE NEUROPSICOLOGICA

creazioniviola

La psicologia clinica ospedaliera

L’intervento clinico-psicologico è oggi un tema di grande attualità. Le sollecitazioni che in questi anni hanno contribuito a far emergere sempre di più l’adeguatezza, se non la vera e propria necessità, di una psicologia in ospedale, sono molteplici e riguardano aspetti complessi e di differente natura, che tuttavia possono essere ricondotti alla crisi del modello biomedico e allo sviluppo stesso della psicologia.
I movimenti di critica al modello biomedico tradizionale hanno contribuito alla creazione di una diversa concezione di salute: “stato di benessere fisico, psicologico e sociale”.
Da un punto di vista epidemiologico, poi, le cause principali di mortalità non sono più malattie infettive acute, ma malattie croniche, come malattie cardiache, neoplasie, disturbi cerebrovascolari, che comportano la necessità di una presa in carico differente dalla semplice terapia farmacologica, per il loro carattere degenerativo che le caratterizza e per il carico emotivo che grava sul malato.
Portando, così, alla necessità di contributi ulteriori alle sole conoscenze mediche.    
La psicologia dispone di un vasto repertorio conoscitivo e può offrire metodi di intervento efficaci che consentono l’applicazione di nuove conoscenze nell’ambito della salute, secondo strategie operative ben lontane dal generico ed occasionale “sostegno psicologico” al paziente allettato.

L’intervento psicologico può contribuire ad aumentare la compliance del paziente e l’efficacia delle cure; ad informare più dettagliatamente ed aiutare i familiari, mettendoli in grado di partecipare con maggiore adeguatezza al processo di assistenza; a formare gli operatori sanitari alla relazione operatore-paziente, in un’ottica di prevenzione dello stress e del burn-out; concorrendo in sintesi ad aumentare l’efficacia degli stessi piani terapeutico-assistenziali.
Malgrado ancora oggi la psicologia clinica ospedaliera si attui in modo frammentario e disomogeneo sul territorio nazionale, grazie alle esperienze dirette ed alla loro condivisione all’interno della comunità scientifica, così come alla riflessione promossa da diverse associazioni (SIPSOT Società Italian Psicologi Servizi Ospedalieri e Territoriali; AUPI Associazione Unitaria Psicologi Italiani) si è configurato negli anni un quadro concettuale ed operativo della stessa, concernente obiettivi e piani di azione largamente condivisi da tutte le professioni sanitarie.
La psicologia in ospedale, dunque, si occupa dei disturbi psicologici, neuropsicologici, intellettivi, cognitivi, affettivi dei malati degenti e delle difficoltà emotive e relazionali dei pazienti a fronte della loro patologia organica, acuta o cronica, partecipando alla stesura e alla realizzazione di progetti finalizzati alla formazione per gli operatori, all’“umanizzazione” e alla qualità dell’assistenza.
Si possono così individuare tre principali aree di intervento:
-    Sofferenza del paziente e dei suoi familiari;
-    Formazione degli operatori;
-    Organizzazione del lavoro.

Esse possono prevedere una vasta gamma di attività, a seconda delle molteplicità e specificità cliniche del paziente, da attuarsi attraverso strumenti e metodi eterogenei.
Il principale obiettivo si può descrivere nel miglioramento della qualità globale del processo di cura e di assistenza, perseguibile attraverso concrete strategie operative e riconducibile ad una comune matrice epistemologica, che riconosca in un modello olistico, piuttosto che in quello biomedico, la complessità della persona malata.
Per conservare questa specificità, l’intervento psicologico deve evitare di cadere in due rischiose possibilità che facilmente si manifestano nel contesto ospedaliero: quella di venir inglobato nell’imperante logica della medicina, facendone propri la terminologia e l’atteggiamento, fino a perdere di vista la globalità del paziente.
La psicologia clinica si muove su un “filo di rasoio”: deve saper comunicare con il mondo medico, accettarne le sfide professionali, trovare efficaci vie di cooperazione ed integrazione pluridisciplinare, tuttavia senza mai perdere la propria peculiare fisionomia e promuovendo un mutamento culturale che non abbracci solo la dimensione assistenziale, bensì il più generale atteggiamento professionale e scientifico.
I modelli teorici a cui può far riferimento la psicologia clinica ospedaliera e che possono, in base all’adeguatezza dei principi teorico-metodologici rispetto al contesto ospedaliero, costituire delle coordinate per guidare le scelte operative, sono molteplici.
Dunque verranno presi in considerazione due differenti approcci teorici: psico-biologico e comportamentale:

 

L’approccio psico-biologico

 

Per approccio psicobiologico si può intendere uno sguardo che pone l’attenzione sugli aspetti somatici, siano essi fisiologici, biochimici o neurologici, e sulla reciproca interazione di questi con quelli più specificamente comportamentali, cognitivi o esperienzali dell’essere umano.
Le tecniche derivate dall’approccio psicobiologico vedono nell’induzione di uno stato di rilassamento, il principale meccanismo d’azione.
Questo si può definire come un determinato stato psicofisiologico che prevede una molteplicità di reazioni, quali:
1) rallentamento della frequenza respiratoria e regolarità dei cicli respiratori;
2) riduzione del consumo di ossigeno;
3) rallentamento della frequenza cardiaca;
4) diminuzione della pressione arteriosa;
5) diminuzione del tono della muscolatura scheletrica;
6) vasodilatazione periferica;
7) aumento dell’attività motoria e secretrice gastrointestinale.
Il contributo di tali tecniche e mediazione somatica può essere ricondotto a due principali meccanismi d’azione: l’uno aspecifico, l’altro maggiormente specifico.
L’effetto positivo del primo si esplica nel favorire condizioni di benessere psicosomatico, nel diminuire il rischio di condizioni predisponenti la malattia, nel facilitare una condizione di equilibrio metabolico e funzionale generale.
Gli ambiti di applicazione principali, dunque, sembrano essere quello preventivo e quello riabilitativo.
Un meccanismo d’azione più specifico, invece, si può riconoscere laddove vengano modificati, tramite induzione del rilassamento, proprio quegli indici somatici alterati nel disturbo.

L’approccio comportamentale

 

Per approccio comportamentale si intende uno sguardo sul comportamento delineato secondo uno specifico modello teorico. A tal proposito vanno differenziati l’intervento sul comportamento da quello rigorosamente comportamentale.
Nel primo caso il comportamento può essere tradotto come “ modo in cui una persona agisce”, con particolare riferimento alle sue abitudini e ai suoi stili di vita, i principali ambiti di interesse e pertinenza non possono che riguardare in primo luogo la prevenzione. 
Nel secondo caso si fa riferimento alle teorie dell’apprendimento, all’interno delle quali il comportamento costituisce l’elemento denotativo.
L’assunto teorico fondamentale afferma come la maggior parte dei comportamenti sia frutto di un preciso processo di apprendimento, la conoscenza delle cui leggi permette l’acquisizione, il mantenimento, la modificazione di qualsiasi repertorio comportamentale.
L’intervento terapeutico, dunque, mira a modificare i sintomi che interferiscono con i comportamenti adattativi dell’individuo, focalizzando l’attenzione sulle manifestazioni comportamentali osservabili, come auto descrizioni e comportamenti disadattativi. 
I principi del condizionamento operante e rispondente sono stati utilizzati come modelli esplicativi di numerose patologie somatiche o manifestazioni cliniche.
Ogni malattia, inoltre, presenta delle manifestazioni comportamentali ad essa correlate ed avviene sempre in un contesto su cui si può intervenire a produrre modificazioni agendo sull’ambiente, al di là della riconducibilità dell’eziologia medica ai modelli del condizionamento.

Martina Dott.ssa Cordeschi

UNIVERSITA’ CATTOLICA DEL SACRO CUORE – ROMA
FACOLTA’ DI MEDICINA E CHIRURGIA “A. GEMELLI”
ISTITUTO FIGLIE DI SAN CAMILLO
SCUOLA “PADRE LUIGI TEZZA”
CORSO DI LAUREA I LIVELLO IN INFERMIERISTICA
Tesi di laurea
Il pensiero è azione: stimolazione neuropsicologica come strumento di assistenza
ANNO ACCADEMICO 2011-2012

Consulta anche:

Neuropsicologia - definizione e cenni storici

Neuropsicologia - disturbi visuo spaziali

Neuropsicologia - disturbo del sonno veglia

Neuropsicologia - l'invecchiamento

Neuropsicologia - il cibo, l'attivita' fisica, la parola

Neuropsicologia - la comunicazione, linguaggio del corpo

Neuropsicologia - uomo e malattia

Neuropsicologia - esperienze a confronto

Neuropsicologia - conclusioni

Questo sito utilizza cookies