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Categoria: STIMOLAZIONE NEUROPSICOLOGICA

depressione

LA PSICOLOGIA CLINICA OSPEDALIERA: RAPPORTO INFERMIERE-PAZIENTE

Uomo e malattia

Il concetto di malattia non è del tutto semplice da definire.
Esso è, comunque, indissolubilmente legato a quello di vita e di ambiente, in quanto una struttura vivente è un sistema aperto in continua relazione con il suo ambiente.
Pertanto la salute può essere vista come un ottimale funzionamento dell’organismo rispetto alle sollecitazioni dell’ambiente con cui è in equilibrio.
Di conseguenza, possiamo definire la malattia come un’alterazione di questo equilibrio, il cui livello estremo, con la perdita definitiva di esso, coincide con la morte biologica.

Le malattie costituiscono indubbiamente un fatto più o meno oggettivo, cioè osservabile e descrivibile dal personale sanitario, ma la malattia, indipendentemente dalla sua oggettivizzazione è, per il malato un’esperienza soggettiva che, in quanto tale, va inserita e integrata nel complesso delle esperienze.
Inizialmente la malattia è un problema per il paziente. E questa problematica è rappresentata da una caratteristica peculiare: l’introversione, in cui l’interesse dell’individuo per il mondo e per l’ambiente che lo circondano si riduce e si focalizza invece su se stesso e sul suo corpo che egli comincia ad osservare e ad ascoltare.
Il linguaggio del corpo, infatti, costituisce la più arcaica modalità espressiva che si manifesta attraverso le modificazioni vegetative, quali rossore, tremore, pianto, mimica e postura.

Attraverso tutte queste manifestazioni somatiche il corpo comunica grandi quantità di informazioni sulle emozioni, sui sentimenti e perfino, mediante i cosiddetti movimenti di intenzione, su conflitti che vorremmo tenere nascosti. Quindi il corpo, spesso a nostra insaputa, è estremamente loquace ed esplicito con l’ambiente.
Durante il decorso della malattia, il paziente diviene sempre più consapevole del proprio corpo e più attento ai suoi messaggi. Il registro della segnalazione corporea si amplifica a dismisura e, parallelamente, si amplifica la risonanza affettiva di tali segnali.
Questi ultimi, raggiungendo la coscienza, si arricchiscono di sfumature emotive: il dolore lacera, punge, trafigge; il dolore costituisce il messaggio del corpo che qualcosa non va; attraverso il dolore il corpo mi parla e mi avverte della paura.
Quest’ultima è una risposta emozionale annunciata dal dolore e, attraverso essa, il dolore fisico si arricchisce degli attributi del dolore morale.
Ogni malattia viene pensata in modo assolutamente soggettivo da ogni paziente, in funzione della sua personalità, delle sue esperienze e del suo immaginario.
Può essere vissuta come un incontro verso il male, che è estraneo e che lotta con il mio corpo buono, o come conseguenza di una colpa per aver infrante una regola morale.

Sentimenti di vergogna vengono manifestati dai pazienti come conseguenza della percezione dell’immagine deteriorata del proprio “Sé corporeo”.
Infatti la malattia viene pensata, le si conferiscono attributi in funzione delle paure o delle speranze e il paziente costruisce un mito personale rispetto la malattia.
Pensare la malattia, però può essere anche un processo difensivo, perché ciò la rende più sopportabile in quanto la identifica, l’oggettualizza e la circoscrive.
Per tale motivo un dolore di cui si conosce la causa si sopporta meglio di un dolore la cui natura e durata non si può definire o prevedere.  Il poter dare “nome” alla malattia spesso permette di scacciare alcuni dei pensieri più angoscianti riportando la malattia stessa nell’ambito dell’affrontabile.

Si organizzano così difese più o meno adattive; difese volte ad affrontare la malattia stessa e a contrastarne gli effetti.
Ciascuno si dispone ad affrontare la malattia in modo altrettanto soggettivo, in funzione di una quantità di variabili: le esperienze, lo stile personale, la fiducia in se stessi, la capacità di assumersi responsabilità e la capacità di tollerare ed elaborare il lutto.
Pertanto, pur essendo infinite le modalità di affrontare la malattia, essa comporta sempre vissuti di perdita e di dipendenza.
La paura della perdita induce una sensazione di perdita di autonomia che riattiva, anche al di là di una situazione reale, vissuti di dipendenza nei confronti di figure professionali.
Il medico e l’infermiere rappresentano la figura di riferimento in caso di malattia e possono essere vissuti in modo analogo a un genitore a cui chiedere aiuto e da cui dipendere.

Martina Dott.ssa Cordeschi

UNIVERSITA’ CATTOLICA DEL SACRO CUORE – ROMA
FACOLTA’ DI MEDICINA E CHIRURGIA “A. GEMELLI”
ISTITUTO FIGLIE DI SAN CAMILLO
SCUOLA “PADRE LUIGI TEZZA”
CORSO DI LAUREA I LIVELLO IN INFERMIERISTICA
Tesi di laureaIl pensiero è azione: stimolazione neuropsicologica come strumento di assistenza

ANNO ACCADEMICO 2011-2012

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