ragazza-solaRAGAZZA SOLA

Jovine non ha mai fatto riferimento a questo romanzo che, apparso solo a puntate, tra il 1 ottobre 1936 e il 10 luglio 1937, su diritti della scuola, è poi rimasto sconosciuto al pubblico e alla critica.

Le prime analisi sono di Eugenio Ragni (op. cit.) e di Nicola Carducci (Invito alla lettura di Jovine, Mursia, Milano, 1977); più agguerriti risultano i rilievi di F. D’Episcopo, che propone un parallelo tra la protagonista e Giulio Sabò (cfr. Un uomo provvisorio: Francesco Jovine, op. cit.) o accosta il personaggio di Livia Dolegani (Ragazza sola) alle figure di Gemma (Il burattinaio metafisico) e di Isabella (Giorni che rinasceranno, commedia del 1946) perché gli appaiono tutte e tre tese a conquistare, in modo sofferto, la loro difficile identità femminile (cfr. introduzioni alle Commedie inedite, op. cit.).

 

L’esame critico è stato ulteriormente sviluppato da D’Episcopo nella recente pubblicazione del testo unitario (cfr. F. Jovine, Ragazza sola a cura di F. D’Episcopo, Edizioni Enne, Campobasso, ottobre 1987). Ragazza sola, pur senza vantare risultati artistici degni di note, ha vari elementi per meritare attenzione: approfondisce alcuni temi narrativi di Un uomo provvisorio, - tra cui la “solitudine”, il contrasto città-provincia, la provvisorietà, la ricerca di verità -, e stilisticamente ne rappresenta un passo avanti per il racconto più sciolto, la psicologia dei personaggi più realistica e credibile, il dialogo più frequente del monologo. Notevole differenza si rivela anche nella tematica psicologica.

La solitudine di Sabò è di tipo intellettualistico, piccolo-borghese, quella di Livia comincia ad essere una protesta attiva, perché è la conseguenza di un giudizio da lei formulato sulla realtà, quindi di una presa di coscienza che le permetterà alla fine, dopo il provvisorio esilio in campagna, di reinserirsi nella città con l’arricchimento di nuove esperienze umane.

La trama, - divisa per fini psicologici e pedagogici in due parti ben distinte -, è ancora una volta incentrata su un unico protagonista: Livia Dolegani, una maestra assunta dalla ricca famiglia Gentili come istitutrice di Paola, una delle figliole, e come segretaria di donna Marzia, la padrona di casa. Nella prima parte prevale la descrizione dell’ambiente borghese, corrotto, fatuo, opportunista. Livia lavora senza entusiasmo perché non condivide quel mondo privo di ideali; ella, invece, ha ricchezza interiore e, pur malinconica di carattere, crede nella forza della vita, nella progressiva elevazione della donna, nell’onestà, nella giustizia.

Intorno a lei ruotano altri personaggi: l’avvocato Gentili, intrigato in avventure amorose e in affari rischiosi; Carla, la figlia maggiore, che conduce una vita del tutto autonoma e spregiudicata; Fiannotta, giovane sostituto dell’avvocato, che “è stanco di se stesso” ma, pur riconoscendone l’inconsistenza, si è ben inserito in quel contesto sociale. Egli apprezza l’equilibrio di Livia e le propone di sposarlo perché spera di iniziare con lei una nuova vita.

Anche Livia vede in lui la “liberazione” da un mondo falso che non sopporta più, però un giorno lo sorprende abbracciato a Paola cosicché d’improvviso lascia casa Gentili. In attesa di un altro lavoro, è ospite di una zia. Intanto muore donna Marzia, l’avvocato è arrestato, e arriva l’incarico di insegnamento annuale in un paese della Ciociaria.

Qui si svolge la seconda parte del romanzo, che mira ad evidenziare un più vitale rapporto con la natura, il recupero del valore delle parole e dei gesti. Per trovare un senso all’esistenza, Livia fugge dalla città-teatro-finzione ed affronta un mondo diverso, la campagna-vita-verità. Vuole sentirsi unita con gli odori, i profumi, la terra, vuole riscoprire l’autenticità delle parole negli alunni pastorelli, i quali dicono ciò che sentono e soffrono, vuole rendersi utile agli altri tornando alle radici, dove si può essere autentici.

Malgrado le chiacchiere curiose e pettegole dell’ambiente di provincia, Livia ritrova se stessa, entra in contatto con la vita vera, e scopre il significato dell’azione, che risulta sempre utile, “quando si ha realmente voglia di fare”. Fiannotta, tramite le lettere, tenta di riannodare il legame affettivo. Livia gli rimprovera di “lasciarsi vivere”, di essere abulico, “indifferente” ai valori umani; Fiannotta, a sua volta, l’accusa di essere “intransigente”, “troppo sola” interiormente, il che equivale ad un atto di superbia.

Tornata a Roma dopo la chiusura delle scuole, Livia scopre che Fiannotta è da tempo in clinica, ammalato, per cui va a trovarlo. Il romanzo si conclude con il loro dialogo finale, che è finalmente d’intesa reciproca. E’ stata raggiunta una “parallela acquisizione di una comune coscienza morale: quella che deriva da una minore sicurezza mentale e da una maggiore spontaneità sentimentale”. (cfr. F. D’Episcopo, Ragazza sola, op. cit.).

L’elemento innovatore del personaggio è il suo ruolo attivo, il bisogno di cercare la verità attraverso un’esperienza personale, un contatto diretto e vero con la vita, a costo di soffrire o di annegare. Viene così affermato che c’è una possibilità di salvezza dall’isolamento, dall’intellettualismo, dal vuoto, se si ha il coraggio di cercare la verità e di accettare che si può anche sbagliare nella conquista di essa.

L’interesse del testo non è solo nella contrapposizione di Livia e  Fiannotta, che in fondo dovrebbe assolvere ad uno scopo didascalico, né parimenti nella “circolarità” dell’azione didattica, - rivolta con sacrificio agli allievi a sua volta arricchita dal contatto con essi, - (non si dimentichi che la rivista su cui veniva pubblicato il romanzo era indirizzata agli insegnanti) -, ma è da ricercare anche nel contrasto città-campagna, visto con toni meno generici e arcadici. Jovine affronta la dimensione della città in termini concretamente storicizzati e non più astratti. Vengono descritti i ceti borghesi cittadini, nella loro opportunistica adattabilità alle idee dominanti, e quelli agrari, con il loro attaccamento al senso della proprietà.

Ragazza sola è un romanzo femminile, un romanzo pedagogico, che sa tenerci avvinti con la sua modernità.Jovine compie uno spostamento di ottica: è il primo romanzo, nella sua narrativa e in quella italiana, che ha per protagonista una donna. Ciò dimostra e conferma lo straordinario interesse dell’autore per la psicologia femminile e per la carica vitale che da essa promana.Tutta la vita di Jovine è stata una lotta per la verità, alla ricerca di un sentimento, di un’amicizia, di una realtà sostanziati di verità. La sua stessa esperienza didattica ha lasciato il segno nell’esigenza di una letteratura capace di verità per aiutare gli altri a crescere e ad essere sé stessi.

In conclusione, Jovine incentrando il romanzo sulla psicologia femminile, dimostra l’esigenza “sempre più avvertita di porre la donna in prima linea critica e creativa”, alla ricerca della realtà. E la scoperta della verità da parte della protagonista, - che è poi il messaggio dello stesso autore -, consiste nell’affermare con forza la fede in un vivere autentico, contro ogni tentazione del “vedersi vivere” (cfr. F. D’-Episcopo, op. cit.).

Immagine: morguefile

Tratto da:

Francesco Jovine

Redatto a cura di: Anna Maria Sciarretta Colombo

Con la collaborazione di: Miranda Jovine Tortora

Della F.I.D.A.P.A (Federazione Italiana Donne Arti Professioni  Affari) Sezione di Termoli (CB).

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