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Categoria: POEMA EPICO DELLA MITOLOGIA INDUISTA

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Ramayana - Bala Kanda(libro dell'infanzia)

Libro bello di narrativa e avventura per ragazzi. Il capolavoro epico della mitologia induista. Narra avventure di giovane eroe Rama.

C’era una volta un regno molto vasto, lussuoso, fertile e fiorente, con ogni genere di ricchezza terrestre ed un tesoro sottoterraneo. Pane di grano, molta frutta, allevamento di tutti i tipi. In questo regno era stata edificata una grande e magnifica città. Le ampie strade della città si irrigavano con acqua e non si trovava neppure un granello di polvere. Nel grande bazar c’erano innumerevoli negozi dei mercanti, pieni di beni preziosi. Palazzi enormi e bellissimi si intervallavano a vie luminose.

All'interno della città si trovavano numerose aiuole, giardini, corsi d'acqua e le fontane, in grado di dare così vita e freschezza ai propri abitanti. Questa città meravigliosa si innalzava sulla collina. Era invalicabile circondata tutt’intorno da un’ enorme e profonda cavità.

 

La difesa della città era affidata a molti carri, cavalli ed elefanti, e molti arsenali pieni di ogni sorta di armi – in grado di poter uccidere improvvisamente anche un centinaio di persone. I mercanti, i messaggeri, i viaggiatori, i residenti – uomini e donne attraversavano queste vie luminose, camminando lungo il ricco bazar, pieno di rumori, di voci, di lavoro e di vita.

In questa città viveva il brillante re Dashratha , lo paragonavano ad uno dei quattordici dei, la sua potenza era pari ai tre mondi, pungente come un'aquila, possente ed invincibile in battaglia, dominatore dei suoi desideri sensuali, consigliere di giustizia, d’amore, in tutti i villaggi e le città, conosceva bene il Veda e le sue riflessioni. Un Re santo. Malgrado avesse tutta la ricchezza del mondo si sentiva addolorato e quel dolore penetrava sempre più profondamente nel suo cuore: aveva tre mogli, ma nessun figlio cui passare in eredità il suo regno, il suo nome, la sua fortuna, la sua fama. Un giorno acceso dal dolore si mise finalmente a meditare, nella sua mente:

"Perché non dovrei sacrificarmi? Forse dio mi risparmierebbe questo dolore." Diede l’ordine di erigere un altare e prendere tutte le misure per poter scongiurare il male, fece pervenire la commissione del rito sacro, si recò dal santissimo bramino, con riverenza e con decoro, cadde a terra e chiese di prenderlo in sacrificio. Venne ucciso da una misteriosa lancia. Lo misero sull'altare, fu letta la preghiera e fu acceso il fuoco. Il fuoco iniziò a divorarlo ma in quel momento dall’altare e dal fumo sacro uscì fuori improvvisamente dalla stessa fiamma il Re Dashratha con una delle sue mogli. Un essere straordinario, risplendeva meraviglioso, alto come la più alta delle montagne, i suoi occhi luminosi ed il torace possente erano come quelli del leone. La voce tuonò come una tempesta da una nuvola violenta. Lo spirito strinse al petto un meraviglioso vaso d’oro e poi lo chiuse, lo riempì con una bevanda celestiale.

- Bramino – disse il fantasma - il signore supremo di tutte le creature umane, prendi il barattolo e dallo al Re Dashratha . - Datelo voi stesso - rispose il bramino allo spirito. Il fantasma, rivolgendosi al re, disse: - Grande Sovrano, sono lieto di affidare a voi questa bevanda, che dona immortalità, se lo accetti, avrai finalmente la gioia! Il re chinò il capo, prese il vaso prezioso, e disse: - Signore, cosa devo fare? – Re - disse il fantasma, - in questo vaso c’è la felicità che desiderate, lo scopo del tuo sacrificio.

Dovete prenderlo Voi, il migliore degli uomini, e darlo a bere alle vostre spose. Questa bevanda dona alle donne la salute, la ricchezza e la felicità desiderata. Dopo aver detto questo, il misterioso fantasma scomparve nel nulla. Il re si recò subito dalle sue mogli e divise la bevanda in quattro parti, due quarti della bevanda la diede alla prima moglie, 1 / 4 alla seconda moglie, solo 1/8 alla terza moglie ma poi ci ripensò, e le diede da bere il resto della bevanda. Dalle tre mogli il re ebbe quattro figli, dalla prima - Rama, dalla seconda - un figlio e dalla terza - due figli. Da loro anche il sorprendente Lakshmana. Tutti questi figli del re erano di incomparabile bellezza, il coraggio senza pari, di eccezionale virtù e la forza. Si esercitavano con gli archi di proporzioni enormi. Il Re Dashratha, si rallegrava dei figli stupendi, beatamente felici, con la beatitudine di Brahma, circondati da divinità. Tra Rama e Lakshmana nacque un legame molto forte , si amavano teneramente, divennero inseparabili e disposti a dare la vita l’uno per l'altro. Rama era amato anche dal re e da tutti i suoi uomini. Il nome stesso significava "amore, gioia, essere umani".

 

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Un eremita, grande santo, di nome Vishwamitra venuto in città incontra il regnante Re Dashratha, lo guardò e gli disse: Re, se vuoi diventare famoso e mantenere la giustizia nel mondo, devi credere alle mie parole e proteggermi dalle forze del male (Rakshasa).

La forza dell’eremita, il coraggio e i suoi segreti di conoscenza della magia, lo costringe a compiere un grande sacrificio sacro. Deve sacrificarsi per dieci giorni e chiede al Re di difenderlo, durante questo periodo, con il suo meraviglioso Rama. Lui sarà la guida, e si dice convinto che suo figlio li difenderà da tutti. Re Dashratha baciò amorevolmente la testa del figlio e lo mandò, insieme a Lakshmana suo fratello e amico inseparabile con il santo eremita.

Rama si avviò dal santo eremita, ma improvvisamente per strada, senza sollevare polvere, una dolce brezza lo fece sussultare dolcemente, e intanto dal cielo precipitavano fiori e si udivano voci armoniche, il fragore di un tuono, lo strumento celeste.
Rama portava un arco, una faretra, una spada, e aveva avvolto le dita della mano sinistra con pelle di pecora. Lo stesso era equipaggiato Lakshmana.

Giunti al fiume, il sant'uomo con dolcezza disse a Rama: Mio caro Rama! Lavati con quest’acqua, secondo le regole degli eremiti, acquisirai due scienze: la conoscenza del Potere e il Potere Superiore. Con queste arti diventerai invincibile, un valoroso eroe. Con le caratteristiche divine, la tua natura unita alla nobiltà, la forza e l’arte Ti consentiranno di raggiungere la perfezione assoluta. Queste conoscenze sono trasmesse dal Signore Supremo di tutte le creature alle persone giuste.  Ai due fratelli fu rivelato il mistero della Potenza e della Potenza Superiore.

Fratelli e amici - Rama e Lakshmana – lungo il cammino sostarono presso diverse santità, ove erano accolti con grande ospitalità, e ascoltavano incuriositi storie meravigliose, ma una storia in particolare, attirò la loro attenzione: La storia delle cento figlie deliziose di un Re delizioso. Tutte possedevano una bellezza straordinaria. Vestivano abiti lussuosi e si adornavano di anelli e braccialetti d'oro, collane di pietre preziose e perle - con dei bellissimi fiori, perle e gioielli della terra e del cielo; correvano, giocavano, scherzavano, ridevano e cantavano in un lussureggiante giardino, inebriante di un delicato aroma fragrante proveniente dagli alberi; intorno ai bellissimi fiori e agli alberi s’intersecavano le fontane, le cascate e i ruscelli.  Un giorno il dio del vento, che si muoveva ovunque e dappertutto, notò le belle ragazze, si fermò e rimase in silenzio, cominciò a sussurrare loro dolcemente: - Belle ragazze, siete così adorabile tutte quante, vorrei che una di voi diventi mia moglie. Ditemi chi di voi vuole seguirmi? Io sono dio, e la renderò  immortale. Le ragazze scoppiarono a ridere e dissero: - Noi non crediamo nelle parole del vento! Vola via! Il vento si arrabbiò e infuriatosi iniziò a spezzare tutto ciò che era intorno a loro. Le ragazze sfigurate, tristi e piangenti corsero dal padre e raccontarono l’accaduto. Il padre pianse insieme con loro, ma per consolarle aggiunse:

- Avete fatto bene a non credere alle parole ingannevoli del vento e alla sua arroganza, ma non preoccupatevi per il matrimonio, vi sposerete quando sarà il momento, e avrete dei principi come mariti. In effetti, fu così e molto presto: i principi, attratti dalle virtù del padre, venivano dai vari paesi per chiedere la mano delle sue figlie. Tutti i principi erano graziosi, eleganti e proprio maestosi come le spose.

Ascoltando questi racconti, i due fratelli entravano sempre più nella profondità del segreto degli eremiti.
Infine, l’eroe Rama disse all’uomo santo: Dicci, dove io e mio fratello aspetteremo i demoni malvagi per distruggerli? - In questo giorno, Rama rispose l'eremita – quando s’iniziano i preparativi del rito, non si deve dormire per sei notti.

- Ebbene, così sia - disse Rama, prese l'arco e cominciò a non dormire e non parlare, rimanendo immobile come un tronco d'albero. Lo stesso fece Lakshmana. Erano passati sei giorni. L’eremita generoso, aveva costruito un altare, l’aveva spalmato con del burro per purificarlo, e aveva iniziato a cantare l’inno previsto, seguendo tutte le regole del rito propiziatorio. Delle fiamme avvolsero l'altare. All'improvviso dall'aria si udì un rumore terribile, una nuvola nera provocò una tempesta. La nuvola erano l’insieme dei demoni, e dal cielo precipitò del sangue; il santo eremita corse al riparo. Rama prese il suo arco smisurato e con rabbia scagliò la prima freccia, colpì direttamente al petto il capo dei demoni, che fu spinto, insieme alla freccia, fino ai limiti del mare, dove come la frana di una montagna, crollò. Rama scagliò la seconda freccia, la freccia del fuoco che colpì un altro demone al petto, il quale precipitò morto a terra.  Rama scagliò la terza freccia, la freccia del vento, colpendo gli altri demoni che vagabondavano nella notte. Vishwamitra, perfetto e santo eremita, insieme a tutti gli altri eremita si avvicinarono a Rama, lo circondarono, per porgergli parole di stima, congratulazioni e regali. - Sono soddisfatto di te, eroe armato - disse Vishwamitra – sei stato bravo ad ascoltare le mie parole, le parole del tuo Signore, ora questo è il rifugio perfetto per te.

Rama e Lakshmana trascorsero la notte nel rifugio, si alzarono il giorno dopo, all'alba, s’inchinarono verso il cielo e ripresero il cammino, continuando a seguire Vishwamitra.
Giunti nel regno di Re Dzhananka, il Re saputo di Vishwamitra, si affrettò a incontrarlo insieme ai tanti bramini. Il Re si rivolse a Rama, esprimendo la sua gioia, nella perfezione della sua mente umana Rama aveva guidato la battaglia gloriosamente.

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……Ora, coraggioso Rama ascolta la storia di Vishwamitra.

Udirai cosa è in grado di fare questo brillante uomo, con la sua energia invincibile, e fino a che punto è disposto a tuffarsi nell’essenza della divinità.
Una volta, da solo il Re (Kusa) governava in tutto il mondo.
Uno dei suoi discendenti era il brillante Vishwamitra, specchio dell’onesta, che gli succedette nel governo  del regno per innumerevoli anni e fu.
Un giorno, dopo aver messo insieme un intero esercito, partì per conoscere i territori del regno: attraversò i fiumi e le foreste, scavalcò le montagne, visitò le città, giunse sino al deserto, un rifugio meraviglioso con numerosi alberi fioriti e fruttuosi, dove silenziosamente vagavano mandrie di animali mansueti.

Questo Deserto splendeva come il fuoco, si nutriva di acqua, aria, foglie cadute, radici degli alberi e della frutta. Vishwamitra incontrando il maggiore eremita (Vashistu), santità di una delizia indescrivibile, gli s’inchinò rispettosamente. "Benvenuto" - disse l’eremita, e invitò a sedere il Re di tutta la terra (Vishwamitra).

Il Re di tutta la terra e l’eremita si misero a dialogare, parlarono del fuoco sacro, degli alunni e degli alberi. Si trovarono d’accordo su tutti gli argomenti.
Conclusero che acqua, fuoco, alberi, animali mansueti, non costituivano pericolo per gli esseri umani.
Il maestro e l’ospite erano pienamente soddisfatti del saggio discorso e degli argomenti trattati.
Alla fine, il benedetto Vashistu sorridendo disse a Vishwamitra: “Grande Re” - quale prova della mia ospitalità, consentimi di organizzare una grande festa in Tuo onore e del tuo esercito. “Benedetto” - rispose il Re - ho tratto già beneficio dalla tua accoglienza, mi hai dato tutto quello che c’è in Te: i frutti, le radici, l’acqua per lavare i miei piedi, l'acqua per risciacquare la bocca e la felicità di ammirare l'immagine sacra.
Sono già soddisfatto, meraviglioso eremita, e inoltre mi hai insegnato ad amare ed essere coinvolto!
Il maggiore eremita, continuò a insistere e il Re infine accettò.

Mentre diceva “sono felice di questo, benedetto eremita”, tra di loro si presentò un toro mansueto, con una mucca soprannaturale, che dava a tutti, ciò che piaceva loro.
Vashistu disse: "svelto, svelto mie divine venite qua ", e ascoltate quello che vi dico: voglio che il saggio re e tutto il suo esercito si divertano in modo superlativo, date loro tutto quello che vogliono; la mucca, pulita e bella come il cielo, iniziò a dare agli ospiti, a ciascuno secondo il proprio desiderio: zucchero di canna, miele, pane tostato, una montagna di riso bollito, ricotta, bevande alcoliche e bibite dolci e più delicate, di un sapore gradevole.
Gli ospiti mangiarono il cibo, bevvero vino e bevande, succhiarono e leccarono tutte le squisitezze. Tutti erano felici: il Re, il capo dei bramini, l'esercito, i ministri, i consiglieri, i servi, i cavalli e gli elefanti.

Bramino - disse il Re felicemente, tu ci ha nutrito e dissetati così bene che meglio non si poteva, ora ascolta quello Ti dico, dammi la tua vacca celeste, ed io ti darò in cambio centinaia di migliaia di mucche.
Questa mucca è “un tesoro e il tesoro dovrebbe appartenere al sovrano e il sovrano appartiene allo Stato ".
"No Re, né per milioni e milioni e milioni, e neanche per una montagna di argento, Ti darei questa mucca. Come posso lasciarla?
Non mi sono mai separato da lei in tutta la mia vita.  Mi ha dato da mangiare e da bere, mi ha dato tutto ciò che è necessario per i sacrifici agli dei, spiriti degli antenati, l'olio raffinato per il fuoco sacro, i semi di mais per cospargerli nella terra e nell'acqua come un segno di misericordia per tutte le creature.
Questa mucca è la mia vita, la mia gioia, la mia forza, la mia saggezza.
Non la darò a nessun Re e a nessuno al mondo!

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Ah! Quando è così, disse il Re, "allora me la prendo per niente". Il Re ordinò ai soldati di prendere la mucca e portarla via.I soldati la sequestrarono e la portarono con loro.Mucca tremante, piangeva e pensava: Che cosa significhi questo! Che cosa ho fatto al grande santo se mi sta lasciando? Che male gli ho fatto! Sono sempre stata dolce con lui, l’ho servito con devozione. No! No! Non posso separarmi da lui! Così si lagnava, e allora si liberò e corse da eremita, piangendo si precipitò ai suoi piedi e lo pregò: “Figlio benedetto di Brahma”, non lasciarmi, proteggimi, perché sappiamo che la forza di un bramino è la più forte di un guerriero, anche se è il Re. Brillante eremita ordinami di distruggere tutto l’esercito, la vergogna e l'orgoglio del Re disonesto.L'eremita disse: bene, distruggiamoli.

Mucca celeste tirò fuori un boato assordante e poi versò il latte sulla folla di soldati, iniziò una battaglia terribile, lei attaccò il Re e tutti i soldati; una mucca contro tutto l’esercito. Nessuno riuscì a sconfiggerla, la mucca guerriera era imbattibile.
Alla fine riuscì a battere anche il Re, tutto l'esercito, la fanteria, la cavalleria, quelli che combattevano dai carri, i cavalli e gli elefanti.
Erano rimasti solo i figli del Re che provavano molta rabbia verso il massimo eremita che, con il suo solo respiro, soffiò su di loro e in un istante li trasformò in cenere.
Al Re rimase solo un figlio.
Il Re tentò di calmare la sua anima. Egli pensò: mi trovo in una brutta condizione, ora sono come un serpente cui hanno strappato i denti, come un uccello cui hanno mozzato le ali, come il mare prosciugato e senza una goccia d’acqua, come il sole senza i raggi.
Sentiva un grande disprezzo per se stesso. Allora, cedette il regno al suo unico figlio sfuggito al massacro, e andò nel bosco più selvaggio, denso e oscuro. Lì, in silenzio, muto nella preghiera, il Re fece un digiuno estenuante e si sottopose a torture agonizzanti per tentare di guadagnare la grazia del dio Mahadeva.

Dopo moltissimi anni riuscì a guadagnare la grazia di Mahadeva, che andò da lui dicendogli: Re!  Basta! Non devi più farti del male e dimmi quello che vuoi; tutto quello che posso fare, qualsiasi cosa, lo farò. Il Re s’inginocchiò davanti alla divinità Mahadeva e disse: Ti prego, dammi quattro archi celesti, con tutta la loro magia, che usano gli dei e demoni malvagi. Prendete, disse Mahadeva e se ne volò verso il cielo. Ora, il Re era orgoglioso e felice perché poteva finalmente vendicarsi.
Il Re andò dagli eremiti e cominciò a scagliare le frecce mistiche, che di colpo, in modo terribile, appiccarono un fuoco immenso, il quale spazzò via la foresta degli eremiti.

In un attimo, come il tempo di un colpo d’occhio, quel luogo sacro diventò muto e deserto.
Non temete, non temete, non temete, gridò ai fratelli eremiti il santo, e continuò dicendo: io toglierò la forza di Vishwamitra.
Vishwamitra, gridò il bramino ai suoi fratelli, ha compiuto l’opera del male: “morirà”.
Dopo aver pronunciato quella frase bramino, toccò la freccia misteriosa di Vishwamitra con la sua bacchetta; le frecce, sia quella del Re che del bramino, si spensero allo stesso momento.

Vishwamitra terrorizzato esclamò: Guai a me! Sì, comprendo di aver perso tutto il potere guerriero, l'intera forza, e pertanto, devo andare a riprendermi quel potere, devo raggiungere l'altezza superiore Brahma.
Dopo aver detto questo, scagliò lontano la freccia mistica e l’arco, e se ne andò, con la moglie, nella solitudine della profonda foresta, ove mangiava solo frutta e radici, si torturava, con torture di ogni genere, torture senza interruzioni per mille anni. Alla fine Dio Brahma apparve e gli disse: Vishwamitra basta: il vostro digiuno, la mortificazione delle passioni e dei desideri sensuali ha raggiunto il livello più alto, ti dichiaro “Re santo".

Dopo aver pronunciato queste parole gentili, il signore supremo dello spazio celeste sparì nell’infinità del cielo.
Vishwamitra cominciò a riflettere su quello che gli aveva appena detto Brahma, mentre una forte depressione prese possesso del suo cuore. Cosa ho ottenuto? Mi sono torturato per tanti anni e ho guadagnato solo di diventare “il più santo dei re santi”, no, non è quello che desidero, voglio diventare il più santo dei santi bramini, è quello che voglio veramente.
Decise di ritornare a farsi nuove torture, più dure delle precedenti.

A quei tempi il sacrificio per accattivarsi gli dei consisteva nel sacrificare una persona. Così, il Re si rivolse al più povero bramino e gli disse: dammi uno dei tuoi tre figli per portarlo agli dei, ti darò più di centomila mucche. Non vorrei darti il mio figlio maggiore, disse il padre. E non ti darei il più giovane, disse la madre.
Il figlio medio che aveva udito tutta la conversazione disse tristemente: Allora vogliono consegnare me: portami subito fuori di qui! Il Re ebbe molto piacere, perché ora era in grado di eseguire il grande sacrificio richiesto e diede centinaia di migliaia di mucche al bramino e prese con sé il figlio medio del medesimo.
Era mezzogiorno.
Il sole caldo batteva forte. I cavalli del Re erano stanchi. Si percepì un alito di  freschezza proveniente da un enorme lago nel deserto. Il Re si fermò a riposare, e far riposare i cavalli. Lo sventurato ragazzo, logorato, venduto, affaticato, sudato, ucciso dal dolore, vide il santuario di Vishwamitra, corse da lui, cadde ai suoi piedi e gli chiese: Sant'uomo! Io non ho padre, né madre, né parenti, né amici, padre e madre mi hanno lasciato, sono stato venduto. Salvami sant’eremita! Lacrime e suppliche dello sfortunato toccarono l’anima dura di Vishwamitra. Bene, disse: impara a memoria la preghiera, entra nel profondo delle misteriose parole che ora t’insegnerò, e quando si riuniscono per portarti al patibolo, quale vittima sacrificale, pronunciale, e vedrai cosa accadrà.

Il giovane ascoltò con entusiasmo le parole mistiche, che sarebbero state la sua salvezza, ripetendole insieme al santo.
Dopo il riposo del Re, i soldati portarono il ragazzo nel luogo riservato al rito sanguinoso. All’interno era stato piantato un palo e intorno avevano messo un filo per legare la vittima.
Presero il giovane, gli legarono le mani, le gambe, la vita e il collo al palo; un prete tirò fuori un coltello e, prima di compiere l’atto sacrificale, voleva pronunciare una preghiera allo sfortunato, ma nemmeno una parola o un pensiero proveniente dal cuore uscivano dalla sua bocca; improvvisamente, come qualche altra anima più potente avesse posseduto la sua anima, parlava, cantava e pronunciava parole misteriose a voce alta con un tono meraviglioso.

Il dio supremo del cielo, Indra, affascinato da questo inno salvò il ragazzo.
Ecco cosa era accaduto e cosa significassero le parole misteriose di Vishwamitra!
Il Re, continuò a digiunare e si torturava per acquisire il potere del Santo dei bramini.
La cosa andò avanti per migliaia di anni.
Gli dei seguirono rigorosamente i suoi sacrifici e furono sorpresi dalla forza del Re e dalla sua perseveranza; così Brahma venne da lui, e in forma delicata, con parole affettuose gli disse: basta, Vishwamitra, sei assolutamente santo, se lo desideri, puoi interrompere la tua vita da eremita; ma Vishwamitra non volle, e per molte molte migliaia di anni continuò a torturarsi.

Una volta il Re si rinchiuse e s’incatenò nel suo santuario segreto, completamente persuaso, dimenticandosi del tutto. Passarono dieci anni che a lui sembrarono un momento. Non ricordava nulla. Infine la sua anima si risvegliò: ebbe l’impressione che la mente fosse come stordita, le sue conoscenze erano svanite, il suo orgoglio e la sua volontà si erano indeboliti, e lui era molto dispiaciuto, amareggiato contro se stesso, e riprese di nuovo la strada del pentimento spietato: fece un passo indietro di mille anni, alzò una gamba sulla punta del piede, alzò un braccio, e rimase in questa posizione immobile, come un tronco d'albero.
Si alimentava del vento celestiale.
Il sole lo bruciava.
Le piogge invernali lo bagnavano.

Dormiva sotto l'acqua senza pietà per se stesso, tormentato, disposto a torturarsi all'infinito.
La sua perfezione divina mise paura agli dei, e concepirono che dovevano mandargli una nuova tentazione, più affascinante: gli fecero sentire una voce dolce e inebriante, che cantava deliziosamente, e solo allora un profumo meraviglioso riempì tutto il suo essere, addolcì la sua anima e riaprì la sua mente.
Millenario eremita era stato nuovamente scosso dai piaceri della terra e del cielo, così nello stesso momento aveva dimenticato la sua maledizione ed era contento.
Gli dei approfittarono del momento e in tutta fretta lo proclamarono “l’eccellenza dei santi bramini”

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"Vishwamitra ha raggiunto il suo obiettivo, lo ammiro e sono felice che la sua guida sono Rama e Laxman". Così parlò il Re Janak ai suoi ospiti, i fratelli e Vishwamitra. Il giorno dopo, quando l'alba lasciò splendere i suoi raggi  puri, il re Janak si recò da Vishwamitra e Rama, onorandoli e rispettandoli secondo i canoni contenuti nel santo libro, e disse:

- Salve, grande eremita! Dimmi cosa posso fare per te? Parlami, santo padre, quale sarebbe il tuo desiderio: io sono il tuo servo!

– Mio Re, si confidò Vishwamitra, questi eroi, famosi in tutto il mondo sono disposti a vedere l'arco divino, al quale sei devoto. Quando gli mostrerai quel miracolo chiedi a loro ciò che desideri. Re Janak mostrò a loro l'arco celeste e disse:

- Ho una figlia, che possiede tutte le virtù, ed è più affascinante di tutte le dee. Il suo nome è Sita. Decido di darla in  sposa al più potente dei governanti. I governanti allora cominciarono ad arrivare da tutti i paesi. Per vedere chi poteva essere è il più forte tra tutti loro, ho chiesto a loro di tirare la freccia da questo arco divino, l’arco del re: ma nessuno di loro è riuscito a sollevarlo. Se Rama riuscirà a sollevarlo, gli concederò la mano di Sita.

Detto questo, Janak ordinò ai suoi uomini di chiamare 800 persone molto alte e corpulente in grado di sollevare di peso l’arco, lo misero sul carro e lo legarono. Rama con una mano sola alzò l’arco del Re, sorridendo, sistemò la corda ed iniziò a tirare. Ma l’arco si era piegato e si era rotto in mezzo. Intorno a lui tutta una folla di persone. La rottura dell’arco provocò un rumore terribile come un tuono proveniente dalla montagna. Tutti caddero a terra terrorizzati.  Solo Vishwamitra,  Rama e Laxman rimasero in piedi. Quando tutti si ripresero dal terrore e si alzarono da terra, il re Janak, alzò le mani e disse a Vishwamitra:

- Beato eremita, non una volta, tante volte ho sentito parlare di Rama, ma una cosa così incredibile non l’avevo mai visto. Gli do in moglie mia figlia, questa bella Sita, più cara a me della vita stessa.

I messaggeri immediatamente inviarono al re  Dashratha l’invito da Re Janak. Dashratha portò con se tutti i parenti, un esercito di servitori, sacerdoti e domestici. Altri tre fratelli di Rama si offrirono come mariti per le altre tre figlie e come cognati di padre Re Janak. Erano belli, e la proposta fu accettata con amore. Fu preparata la messa e la cerimonia per il matrimonio benedetto dei quattro forti e coraggiosi principi  con le quattro principesse, cerimonie scintillante come una fiamma di fuoco. Nel momento del matrimonio, come una pioggia battente dal cielo, precipitò il pane di grano ed i fiori, si udirono i suoni dei diversi strumenti e le voci degli dèi celesti , era il canto degli dei e la loro danza. Come dote le principesse ricevettero i tappeti di lana, pellicce, abiti di seta morbida e altri variopinti vestiti, tante pietre preziose, tutti i tipi di carri e quattrocento mila belle mucche, nutrite, grasse, lucide e come regalo più costoso, un intero esercito, migliaia di piatti d’argento di  anelli  e collane d'oro, diecimila chili di monete d'oro.

I principi e le loro mogli diedero addio al Re: andarono nella terra paterna. Ma improvvisamente, dal lato sinistro del Re volò un branco di uccelli maledetti che corteggiavano il disastro; dal lato destro tuttavia per distruggere la loro maledetta intenzione correva una mandria di gazzelle. Provocarono una terribile tempesta, e le nuvole di sabbia scuotevano la terra. Il sole era buio e freddo. Tutti furono presi dalla paura, tranne – il Sacerdote, Rama e Laxman. La tempesta si calmò. I principi con le loro belle mogli si avviarono dal padre, il re Dashratha. I cittadini già avevano fatto preparativi come augurio, molto prima che il corteo arrivasse alla propria città, la strada era bagnata di acqua, tutta coperta di fiori, il loro arrivo era accompagnato dalla musica di  una varietà di strumenti, le vie erano invase dai cittadini, e tutti guardavano il Re, come se fosse il loro sole. L’ elegante moglie del re, salutò gli sposi con cortesia e nobiltà. E fu così che spose iniziarono a vivere con i loro belli, sani, giovani e coraggiosi mariti, nell’ abbondanza, nell’armonia e nella felicità sotto il sole dell'amore.

Dopo qualche tempo il figlio di una delle mogli del Re Dashratha, Bgarata, espresse il desiderio di far visita a suo nonno. Dashratha lo istruì – dandogli sagge lezioni su come vivere, soprattutto gli insegnò ambrosia delle parole dei santi bramini. Gli disse anche che le antiche creature indiane  erano dei,  che avevano vissuto in cielo, e che gli dei maggiori li avevano mandati da noi, dagli dei della terra, e che la vita nel mondo umano comprendeva tutte le creature. Bgarata fu accompagnato da suo fratello Satrughna. Rama invece venne lasciato da suo padre a governare il paese, brillando per le sue eccellenti proprietà come la luna piena o come il sole d'autunno. Veritiero, onesto, nobile, fedele alla sua parola, costante come la terra, generoso, affettuoso, era amato da tutti. Re Dashratha  sapeva tutto questo, aveva visto tutto ed aveva iniziato ad pensare:

- Devo assolutamente dichiarare lui il mio erede e metterlo sul trono, e poi mi ritirerò in pace nel cielo. La gente sensibile, i bramini, i consiglieri del re, i cittadini e gli abitanti del villaggio si riunirono e  parlarono tra di loro come avessero letto nel pensiero di Re Dashratha,  andarono dal re e gli proposero di concedere il trono a Rama. Il re fece finta di essere rimasto sorpreso e disse: - Che cosa? Avete deciso voi di dare la mia corona a Rama? Sono davvero così vecchio che non riesco più a mantenere la giustizia in tutto il paese: in realtà ho solo qualche centinaia di anni. Tutti si complimentarono con il brillante Re Dashratha, lo chiamarono anche dio tra gli uomini, ma tuttavia lo supplicarono di mettere sul trono Rama. Anche Dashratha lo desiderava con tutto il suo cuore. Così Rama fu invitato nel suo palazzo.
Trasportato in un magnifico carro. Il re stava aspettando Rama, circondato dai suoi sudditi, il re dell’ Est, dell’Ovest, del Nord e del Sud del mondo. Rama andò da suo padre, piegò le mani,  si inchinò ai suoi piedi e disse: - Io - Rama! Il padre dolcemente attirò le sue mani verso di se, le baciò  e  accompagnò il figlio sulla sedia, la più nobile, decorata con oro e pietre preziose. Il re guardò con gioia l'uomo giovane e vestito di abito elegante, con smagliante sorriso, si complimentò con lui per la sua umiltà e per il suo cuore gentile, gli diede alcune sagge istruzioni gli porse la coronare pronunciando toccanti parole:
- Figlio mio! Sei il santo patrono di tutto il tuo popolo, come  fossero i tuoi figli dello stesso sangue. Rama si inchinò al suo padre, si accomodò sul magnifico carro, e andò nel palazzo della madre. La madre sapeva già tutto, aveva indossato gli abiti di lino, era andata in chiesa e aveva pregato gli dei, per una duratura felicità del figlio. C’erano anche Sumantra, Laxman e l’affascinante Sita piena di gioia.

– Cara madre! – disse Rama - Saprete che il padre saggio e benevolo, ha offerto la felicità a me ed alla mia bella moglie, Sita, con le sue parole benevoli. Ci ha dato il potere.

-    Mio diletto Rama, - rispose la madre, scoppiando in lacrime. – Ti auguro che possa continuare a vivere per molto, molto tempo, ed occuparti della distruzione dei nemici, per la gioia delle nostre famiglie. Le tue buone gesta hanno guadagnato l'amore di tuo padre, il re Dashratha. Sei nato sotto una buona stella ed il dio degli occhi di loto, ascolta la mia preghiera. Sii felice! Sii felice! Laxman per tutto il tempo era seduto di fronte a Rama, con capo chinato e le mani piegate. Rama lo guardò teneramente e gli disse:

- Amico mio! Tu - la mia seconda anima, governerai il mondo con me, insieme godremo dei frutti gustosi del potere reale, cosa sarebbe la mia vita senza di te, e la corona!

Il giorno dopo, quando l’alba accese i suoi  riflettori, Rama si alzò in piedi, indossò un abito di lino pulito, senza una macchia, si inchinò alla prima alba e  con riverenza e voce bassa pregò tutti gli dei. Ascoltò i canti dei poeti, e le canzoni dei bramini che gli sembrarono più dolci e solenni. La città sfavillava della gente festante, banane sacre  erano sparse per le strade, striscioni e bandiere svolazzavano sui tetti, cantanti, comici, ballerini, una folla di persone si muoveva per le strade, esprimendo entusiasmo cantando e ballando.

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