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Categoria: FRANCESCO JOVINE

avventura

Avventura galante

Il desinare era stato allegrissimo: nessuno dei commensali aveva parlato con rimpianto di altri desinari in occasione di quella stessa festa. C’era stato tutto e in tale abbondanza che anche i più voraci s’erano arresi; ed ora respiravano a fatica lamentandosi del caldo di giugno.Per le finestre aperte non veniva, veramente, un alito d’aria e tutti s’erano messi a sognare il vento che poteva giungere freschissimo sulle fronti madide. Continuavano a bere e a fumare con la convinzione testarda che il fumo e il vino potessero sciogliere rapidamente il groppo del cibo che gravava sulle arterie.

La padrona di casa era già andata via da qualche minuto; lei non aveva bevuto che una tazza di latte e mangiato qualche frutto: diabete, viso pallido, grandi occhi casti e malinconici. All’inizio del pranzo tutti i commensali s’erano rallegrati della gaia furia con la quale loro potevano mangiare; ora vendendola allontanare con quel suo sorriso dignitoso e lo spirito leggero s’erano messi tutti a desiderare di esser molto magri e digiuni.

 

La donna alzandosi aveva detto al fratello cieco: - Tu devi dormire nella camera di don Gianlorenzo; è la più piccola, ma bisogna aver riguardo agli ospiti…Gli aveva stretto la mano con una dolce pressione e aveva chiesto agli astanti perdono con i suoi occhi tristi; voleva che comprendessero la sua attenzione; ma gli altri non le badarono neppure; e non ebbero la possibilità, tanto era il rumore delle loro risa, di rilevare la richiesta furtiva che fece il cieco di dolci e liquori. Quando ebbe tutto davanti si mise a mangiucchiare lentamente con serietà raccolta e a sorseggiare con ipocrito ritegno un liquore giallo. Qualcuno tentò di stuzzicarlo per quel rinnovato appetito, ma chissà perché il cieco pensava che era opportuno prima finire e poi rispondere.

Avrebbe risposto poi e si sarebbe mischiato alle loro risa perché era tanto allegro anche lui; e, pregustando il piacere che agli altri avrebbero dato i frizzi che andava pensando, gli fremevano le narici e i muscoli intorno agli occhi.

I commensali lo lasciarono stare per un po’.

Poi uno di loro, quello in fondo, farmacista a Carlantino, che incominciava a sentirsi malinconico perché faceva troppo caldo, raccontò a voce alta, strizzando l’occhio agli altri, della morte di don Gianlorenzo, ucciso sull’altare cinque anni prima; «e che le anime dei morti ammazzati, abitano le camere dove vissero, per duecento anni, e guai a chi le disturba…» Il cieco che fingeva di non ascoltare, ebbe un moto di collera che, ora che lo guardavano tutti, non passò inosservato e generò una risata clamorosa. Anche lui si mise a ridere con tutti gli altri, perché era molto allegro; ma poi subito lo riprese la stizza e decise di farsi dare un’altra camera.

Riprese a sorseggiare il liquore ed esplorò con le lunghe mani leggere il piatto per sentire quanti dolci gli rimanevano. L’esame fu soddisfacente e continuò a mangiucchiare. Ogni tanto diventava serissimo, si afferrava il bavero, tentava di alzare la sua giacca e faceva: - Uff ma sentite che caldo! Nessuno gli rispondeva e lui seguitava a mangiare. Per un po’ nessuno parlò e il cieco ebbe l’impressione che tutti se ne fossero andati ma poi il suo orecchio avvertì il rumore greve dei fiati.

Allora disse dentro di sé: «Porci fottuti».

Quando arrivò la serva non ebbe il coraggio di pizzicarle le gambe; nel silenzio, gli pareva che tutti dovessero vederlo; ma all’invito che quella gli fece di accompagnarlo a dormire, rispose: - Aspetta ancora un poco.

Quando tornò le mormorò in un orecchio: - Ma non se ne è andato ancora nessuno?

- Nessuno.

Gli venne un rabbia terribile al pensiero che tutta quella gente potesse ancora seguitare a bere tutto quel vino che era di sua sorella.

- Va bene, invitati per la festa, ma sangue di Giuda, non avevano educazione.

Allungò le mani per raggiungere le gambe della serva che ora dritta dietro di lui lo premeva sulle spalle per indurlo ad alzarsi. Siccome non udì commenti frizzanti, si convinse che nessuno l’aveva visto, e ne fu tanto contento, da fare un piccolo riso solitario e soddisfatto.

Così decise di alzarsi e mise la sua mano in quella di Concetta: - Signori, buonanotte!

Gli rispose un coro di tossette e di raschiamenti di gola significativi e il farmacista di Carlantino che continuava ad essere malinconico, gli lanciò dietro un: - Non aver paura, don Nicò.

Ebbe l’impulso di rispondere qualche cosa di molto spiritoso per farli ridere tutti in coro; invece rise lui con un riso a scoppio, improvviso; e quelli risposero all’invito rumorosamente. Allora soddisfatto riprese il cammino a piccoli passi frettolosi.

Nel corridoio gli parve che ci fosse un po’ di frescura e sentì che era buio perché anche il movimento della donna s’era fatto esitante. Fatti ancora pochi passi con un gesto violento e improvviso afferrò la ragazza per le spalle e la inchiodò al muro. Quella non oppose resistenza e il cieco allentò la stretta. Concetta ne approfittò per dargli uno spintone che lo mandò traballando contro la parete.

La donna sibilò: - Don Nico’, sei pazzo: se seguiti ti lascio lì!

Il cieco cominciò a lamentarsi e a dire, piagnucolando: - Vieni, vieni, che non ti faccio niente, - e intanto la cercava con le mani protese. La serva lo guardava con un riso muto, senza fiatare. Lo vedeva muoversi nella semioscurità con le lunghe mani tremanti che la cercavano; sapeva che avrebbe finito col trovarla; lo sentiva dal respiro profondo delle narici che fiutavano il suo odore.

Sentiva l’approssimarsi di quelle mani con piacere angoscioso; i suoi occhi cupi di malizia e di paura respingevano e attiravano quelle mani, ne seguivano il vago nitore; quando furono all’altezza della sua vita fece civetta all’improvviso e sfuggì alla stretta. Il cieco ebbe un moto improvviso di collera, strinse i pugni e bestemmiò con voce piagnucolosa; implorò poi che gli desse una mano, che lui voleva andare a letto, che la donna approfittava di lui perché non era a casa sua, che lì non sapeva muoversi senza urtare, e che se la donna non lo avesse aiutato lui si sarebbe rotto la testa e la colpa sarebbe stata tutta sua che sospettava chissà che cosa e si divertiva con lui, con la sua disgrazia.

Stava per piangere quando sentì sulla sua la mano tiepida della ragazza che lo guidava a distanza nella grande sala. Lì ci fu ancora un suo tentativo di riprendere la ragazza per la vita; ma anche questa volta Concetta riuscì a sfuggire.Poi, forse perché eccitata dal gioco piombò all’improvviso alle spalle del cieco e gli mise sugli occhi e gravò col busto pieno sulle sue spalle; il cieco rideva divertito e tentava di afferrarla; ma quella lo lasciava per un attimo per poi ricomparirgli di fianco a tormentargli un braccio, per sfuggire ancora con uno scarto, alle mani frementi.

Lei, ora, si appiattiva agli angoli e lo chiamava con un sibilo leggero e il cieco si dirigeva sicuro ridendo di un riso sordo e goloso; ma quella si muoveva rapida e gli era ancora alle spalle, gli metteva il viso sotto la bocca per un attimo, tremando.Il cieco saltabeccava per la grande stanza ingombra di poltrone incamiciate di mussola; dopo aver percorso alcune volte in ogni senso gli spazi liberi, ora, con sufficiente sicurezza sapeva evitare il piano a coda che era sulla parete di sinistra e il tavolo ovale del centro. Gli oggetti gli divenivano familiari sotto le dita e udiva distintamente il fruscio inquieto delle gonne tra i mobili. Faceva sempre molto caldo e per le finestre aperte non veniva che l’afa dei campi di stoppie.

Il cieco s’arrestò un attimo col fiato grosso per tutto quel moto e udì all’improvviso un buffo di vento che percorse basso il pavimento e vuotò la stanza di tutti gli odori. Poi l’aria tornò immobile e sentì il silenzio pesargli intorno assoluto; tese gli orecchi per sentire se la donna nascosta in qualche angolo, gli facesse il solito sibilo: nulla. Allora incominciò a muoversi con prudenza strisciando lungo le pareti che toccava di tanto in tanto con le mani inquiete, convinto che ormai lei stesse ad attenderlo in qualche parte trattenendo il fiato.

L’idea lo divertiva moltissimo e volgeva a tratti il viso malizioso verso un punto vago mettendo il dito sulla bocca per invitare la donna a tacere ed attendere perchè lui sarebbe venuto.Girò così quasi tutta la sala e raggiunse la porta della sua stanza: allora comprese che Concetta doveva essersi rifugiata là dentro e ne provò molta gioia; e si meravigliò con se stesso perché non aveva capito prima.Girò cautamente la maniglia e la porta mandò un gemito rugginoso.Entrato s’accorse che la stanza era vuota. Un altro buffo di vento fece chiudere con un rumore breve e secco la porta alle sue spalle. Allora andò a sedersi sul letto e si sentì improvvisamente stanco.

Il vento, che pareva cessato dopo quei due scoppi irosi, si rinforzava via via e montava dalle case basse e dai vicoli sottostanti dopo aver raccolto brevi rumori, cigolii di usci, fruscii di foglie morte.Il cieco si sentì lambire all’improvviso la faccia da una stoffa; ebbe un brivido, poi pensò che fosse la tenda della finestra.Si stese sul letto. Il vento arido che veniva dalla finestra aperta gli batteva ogni tanto sul viso dandogli l’impressione della frescura; quando si ritirava, la stanza vuota acquistava l’immobilità fervida dell’afa.

La testa affondata nei cuscini, il cieco chiuse gli occhi; ma non gli riuscì di fare il buio dentro: la sua mente era percorsa da bagliori rossastri.Dall’addome gli montavano fino alle ascelle vampe improvvise di calore che si spegnevano in brividi sulle spalle. Gli attraversò il pensiero l’idea di avere la febbre; ma fu un’idea labile che preso si confuse nel torpore che gli scese sugli occhi e gli infranse le membra.Dormiva con la testa in alto, con una immobilità fonda di cadavere; dormendo sognò di annegare nel vino.Il farmacista di Carlantino, quello che era a tavola con lui, a un tratto s’era scoperto il ventre e se l’era bucato delicatamente con la forchetta per far spicciare il vino fresco a ventaglio dai quattro buchi.

Il farmacista era malinconico e si sgonfiava rapidamente; divenne magrissimo, poi diafano, poi si dissolse; e rimase il vino in terra che incominciò a montare silenziosamente fino al livello del letto del dormiente che respirava con il rantolo dell’annegato.Dalla finestra entrò all’improvviso un fiotto di uragano che sommesse il liquido rosso e l’avviò verso una botola dell’angolo dove fu inghiottito tutto in un attimo, senza rumore.Il vento percorse il pavimento e lo prosciugò attentamente; poi danzò per la stanza con un sibilo quieto; l’aria si face arida e odorò di stoppie e di polvere.

Nel vuoto improvviso il letto perdè la sua stabilità e incominciò a remigare per la stanza scivolando blandamente sui piedi. Le pareti si ritraevano in fuga lasciando uno spazio senza confini a questo moto larghissimo di danza.Il cieco dormiva sul letto che navigava con movimenti alterni, e l’angoscia del suo sonno s’era calmata.Ma poi le imposte batterono violentemente, la tenda gli coprì il viso e il vento entrò con un urlo.Il cieco s’accorse che il prete, imbracciato il capezzale, imprimeva al letto il movimento, dondolando il capo per cullarlo e cantando con attitudine materna con ninna nanna senza suono. Rimase a guardarlo un attimo; poi terrorizzato balzò dal letto e si precipitò all’uscio per fuggire.

Battè la testa contro la parete e cadde riverso.Quando riaprì gli occhi il prete era chino su di lui e lo guardava sempre con lo stesso sguardo materno, leggermente fosforico agli angoli.Protendeva le mani scheletriche sul suo ventre; doveva avere sulla sua schiena una molla a spirale perché s’allungava e si raccorciava a volontà.Il cieco s’alzò faticosamente e tentò di urlare; ma dalla gola gli uscì un rantolo fioco.Qui incominciò una corsa disperata; il cieco tentava di sfuggire al prete ma dovunque si volgesse lo aveva sempre di fronte via via più inquieto; la sua inquietudine divenne rabbia; si allungò, diventò altissimo e la tonaca nera sbatteva ad ogni buffo di vento sulla faccia del cieco che, tentando di urlare, saltava per la stanza.

Incontrò il vano della finestra, si sporse e aspirò il vuoto per un attimo con un senso di liberazione.Fuori il vento, per i vicoli bui, raccoglieva boati profondi di organo e poi montava verso la finestra.Il cieco si abbrancò al davanzale e tentò di scavalcarlo; ma il prete dietro, mentre il vento saliva rabbioso, lo avvolse nella sua tonaca e lo respinse nella stanza.Il cieco cadde.L’alba con un brivido fresco lo destò dolcemente; aprì gli occhi e vide intorno a sé il buio: un buio fitto, profondissimo e s’accorse che era nato il giorno.

Francesco Jovine

Da:

R a c c o n t i,

casa ed. G. Einaudi,

finito di stampare il 14 ottobre 1967

dall'Officina Grafica Artigiana Panelli - TORINO

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