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Ecuador

 

Conflitti di potere

La torera e le sue sfide alla vita

 

IL CONFLITTO  “Signora, mi scusi, lei ha conosciuto la torera?”

“Si”

“Mi potrebbe raccontare com’era?”.

“Era la regina”.

“Regina?”.

“Nessuna era come lei. Al suo cammino la città cominciava a risvegliarsi. La gente le cedeva il passo, le auto si fermavano e le campane, dalle cupole, iniziavano a suonare”.

“Però a me hanno detto che i ragazzi si riunivano attorno a lei e le gridavano “Torera! Torera!”.

“Questa era la plebe. Era l’invidia, la maldicenza, il rancore. Questi erano gli avvoltoi, i grandi avvoltoi!”

“Gli avvoltoi?”.

“Coloro che la spogliarono delle sue ricchezze, dei suoi averi, coloro che aprirono le sue casseforti e le rubarono i suoi titoli, le sue pergamene, i suoi gioielli. Coloro che svuotarono i suoi magazzini di grano”.

“Quindi era molto ricca?”

“La padrona. Erano sue le case, le strade, le chiese. Era sua la Piazza Grande ed il Palazzo che appartenne al Barone di Carondelet, suo antenato, e nel quale si stabilirono a man salva membri del popolaccio: un pazzo (Si tratta del presidente dell’Ecuador, eletto per cinque volte, José Maria Velasco Ibarra); un  uomo molto bello, dagli occhi azzurri come un modello (si riferisce a Gaio Plaza, soprannominato dal popolo “patron Galito”, presidente dell’Ecuador dal 1948 al 1952); alcuni ubriaconi e un’infinità di militari senza cultura e dignità.

 

LA RISOLUZIONE DEL CONFLITTO  Era suo anche il gallo della Cattedrale, che un giorno smise di cantare davanti a tanta barbarie, davanti a un  tale saccheggio.

“Certamente, raccontano che cominciò a fare la serva in casa dei signori”.

“Menzogna! Calunnie! Fu lei che tutti servivano e della quale appresero i costumi, la maniera di prendere il tè e di trattare i rappresentanti diplomatici. Di lei si nutrirono per poter conversare con grazia e con ingegno. Ella insegnò anche come trattare la plebe a palazzo, perché ci fossse rispetto”.

“Ella portava un bastone?”.

“Non era un bastone, era il suo scettro. Era la sua spada, che brandiva contro l’ingiustizia, contro le ruberie, contro la menzogna, contro le grida degli sciocchi. Era la sua frusta per punire i viziosi. Lei era l’ordine”.

“Signora, ci son o alcuni che dicono che durante la sua gioventù fece un viaggio all’estero”.

“A San Francisco di California, per essere precisi. Era in traghetto. E così conobbe il mare, che era azzurro come il cielo di Quito, però con acqua. Era una città orribile, che addirittura porta un nome non suo, perché l’unico San Francisco legittimo e autentico che esiste nel mondo è San Francisco di Quito. Nell’altro San Francisco neppure parlano cristiano, ma una lingua indecifrabile che dicono si chiami inglese. Questo non fu un viaggio, bensì un incubo, dal quale ella si risvegliò dopo un anno.

Quindi tornò ad esercitare il suo potere sui quartieri di Quito9, sulle strade strette e piene di sassi, sulle salite scoscese che tolgono il fiato e fanno venire sospiri”.

“A piedi? Andò sempre a piedi?”.

“E come altrimenti avrebbe potuto controllare palmo per palmo la città, vigilare che ogni cosa stesse al suo posto, che ci fosse movimento, che le campane suonassero?”.

“E non smise mai di vestirsi così, in maniera bizzarra?.

“Lei, signore, che qualifica così il suo modo di vestire, non ha nozione dell’eleganza, come si vede. Ella era l’eleganza con il sombrero pieno di fiori; con la camicia bianca  di merletto, chiusa fino al collo, per pudore e per il freddo; con la giacca della stoffa più fine e la gonna, che le scendeva più in basso delle caviglie; con le calze nere e le scarpe con i tacchi alti. E le cinte di tutti i colori, che le scendevano come serpentelli. E gli orecchini di rubini, diamanti e zaffiri. Ah, signore, il suo volto splendeva sempre forte e bianco, la sua bocca era carnosa, le sue ciglia del colore dei gerani. E il suo garbo, tanto che appena la vedeva il popolo le faceva riverenze, venivano intonati inni in suo onore, le facevano elogi e discorsi!

Ella presiedeva le sfilate, apriva le feste di carnevale e celebrava la Quaresima.

Portava sempre con sé un grande portafoglio nel quale teneva i suoi valori più preziosi. Ella, signore, era l’altare della città”,

“Però terminò la sua vita nel ricovero”.

“Perché lo spogliarono di tutto. Tutto le rubarono. Ella fondò il ricovero, però dopo addirittura glielo tolsero, lasciandole soltanto una stanza per suo uso.

Le dava molta tristezza vedere che ormai non esistevano più i suoi averi e i suoi parchi, nei quali erano stati costruiti degli edifici altissimi e orribili, simili a quelli che aveva visto in California.

Questo la rattristò profondamente, quindi non volle continuare a vedere tanto degrado, una tale tragedia, e si mise una benda sugli occhi.

Poi i suoi nemici le rovinarono i piedi e le misero dei vetri affilati nelle scarpe affinché non potesse mai più tornare a camminare.

Nel ricovero sentì alla radio che la città era nell’anarchia in sua assenza. Questa fu  la sua vendetta davanti alla nuova ricchezza… si disse che si era trovava una cosa viscida e nera che usciva dalla terra (il petrolio)”.

“Non si sposò mai?”.

“Dicono che fu sul punto di farlo e che il principe di Danimarca avesse chiesto la sua mano. Però il destino non volle che si celebrasse il matrimonio, perché il principe impazzì”.

“Da dove nacque il soprannome?”.

“Dall’invidia, ripeto. Forse perché lei sapeva sfidare la vita come nessuno”.

“Raccontano che una o due volte fù in manicomio”.

“I nemici la misero lì a forza, per avere la libertà di commettere il loro misfatti. Gli avvoltoi le tolsero anche gli occhi”.

“Signora, mi scusi, un’ultima domanda. Qual è il suo nome?”:

“Ana Bermeo, signore. Io sono Ana Bermeo, la torera”.

 

 

  • Fiaba narrata da Patricia da un racconto di Francisco Febres Cordero, da “Revista 450 anos de la Fundaciòn española”, Quito, 1984.

 

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