venere

CONSIGLI ALLE DONNE SU COME CONQUISTARE GLI UOMINI E MANTENERE A LUNGO L’AMORE

Ora consigli e moniti mi supplicano le morbide fanciulle: per voi tutto darà l’ultimo canto.
Voglio veniate sul campo ad armi pari, e tra di voi che sbaragli colei che più cara riuscirà a Venere  e al bimbo d’Eros. Attente, mie care, al ninfo infiammatore, trasvolatore goliardico del globo terracqueo. Giusto non è che voi giungiate nude a dar battaglia contro i falluti armati; né sarebbe per voi, priapei, gloria eterna un simile trionfo.

Io che solo infondo il libidinoso eros, pulzelle instraderò nell’arte somma, quella di farsi amare. Finché la dea mi sprona, udite, o dolci, a chiare note, i savi erotici precetti. Non c’è legge né casta cintura atta a castrarvi; il sesso è vostro di diritto. E già fin d’ora rammentate in cuore che vecchiezza verrà: guai se passerà invano e senza frutto il vostro ridotto tempo.

Se vi possedete sempre, in ogni istante, se nell’età vostra  ancora sboccia primavera, godetevi la vita: a somiglianza galoppano i lustri d’un cavalcante rivo.
L’onda che già fluì più non riemerge, più non riappare l’ora già defunta. Godete le mondane gioie! Vortica e spira l’avida età, e giammai l’avvento del poi esalta quanto già fece il prima. Tra ispidi rovi scorsi la violetta, da pungigliose spine colsi un dì la rosa. Tempo verrà in cui tu, ch’ora gli amanti da te ricacci, gelida in cupi dilucoli giacerai decrepita e solinga nel tuo letto, né notturne risse sganghereranno porte. Ti leva il gallo e più non trovi in strada per te cosparse rose.

Come sfiorisce presto per le rughe, ahimè, il tuo faccino; come ora è scialbo il roseo color che un dì tanto ti rese bella! E quelle chiome, che tu giuri nivee fin dalla culla, in un fulmine dell’ora il capo vecchio già t’imbiancano. Natura rinfresca giovinezza e pelle nel serpe snello; cascano corna e scansa il cervo l’atroce vecchiaia.
Per nostra beltà non c’è trucco che tenga. Cogliete il fiore: sordido, appassito, presto cadrà e resterà non colto! Evviva i figli! Ma poi parti frequenti sfiniranno i vostri giovani ventri: per messe incessante s’inaridisce il campo.

Orsù, le vostre gioie corporee schiudete a chi voglioso vi brama! Temete truffe? Se vero, dite, che perdete? Tutto vi giova: ogni lasciato è perso, fossero pur mille a prendervi nel sesso! E dunque c’è tra voi stupida malnata che ancora spifferi al cupido casanova: “E’ ben che inizi dalla cura del corpo tuo. Donna, buon vinello producono vigne coltivate; s’inonda il campo ben arato d’aureo grano. Dono divino è la bellezza, ma quante di voi or tange? Il Sommo  elargì, invero a poche, un corpo da gran loto, ma non si sprecò per niente; voi molte e scontente ancor recriminate. A molte giumente umane finanche s’ addicono capelli negletti: li diresti davvero già scomposti da ore, ed è fine artificio. L’arte simuli il caso.

E indefesso v’ammonisco che di puzzo aspro di capro non olezzi mai la vostra ascella, e che di rustici peli pungolanti non sia mai la vostra gamba. Ma voi, che io addestro, non calate dai monti del Caucaso, né siete selvatiche donne ch’abbian scolato le tue acque putride, o Caico della Misia! Fate che l’amor vostro giammai vi colga tra mille vasetti di creme e bistro! Ermetica sia e resti l’arte che vi fa belle. Chi non si stomacherebbe a vedere umida feccia cosparsa sopra il volto, quando vi scende a mo’ di stilla solida fra le tiepide mammelle? E che miasmi l’esipo esala, sozza pestatura del vello infra le cosce d’un caprone, il cui tanfo qui giunge sin da Atene.

Guai al vostro maneggio pubblico di misture fatte con midollo di cerva! Guai a sfrigolarvi davanti al popolo in fila i denti. Queste cure fan belle voi, ma brutte agli occhi di chi guarda. Cura i capelli ma, ahimé, non essere pedante e capricciosa. E’ cosa disdicevole fare, disfare e rifare acconciature! Lascia in pace la serva che t’aiuta.  Se hai il crine da strega, allora, sull’uscio un buttafuori poni o fatti pettinare solo nel tempio della dea Bona. Fui annunciato un giorno, repente, a un tale fanciulla, che, per la fretta, si pose la parrucca alla rovescia.

Non mollo, per se m’arrossisce il seguitare, spinto dal monito della Venere divina: “E’ proprio tutto questo che svergogna la nostra indefessa cura solerte!” Conosci te stessa, o leggiandra ninfetta. Il corpo posiziona nel modo che s’addica alle tue forme: non a tutte giova, o diverse, situarsi nella stessa apparenza. Tu supina giaci, sei hai grazioso il volto; offri le terga, se le tue spalle piacciono. E tu, invece, perché ti duoli del ventre che di rughe marcì la nera Lucina dei feti? Ordunque, fai volgere il puledro, come in fuga usano i pur forti Parti.

Sulle possenti spalle d’atleta reggeva il nerboruto Milanione d’Atlanta le belle cosce. Se hai formosa la gamba, mettila in mostra e godi l’altrui vedere. E tu cavalca e scalpita, se sei piccina. Sopra godrai l’amplesso e l’invidia d’Andromaca che mai, giunonica com’era, cavalcò impetuosa sopra il robusto stallone d’Ettore. Colei che ha snello l’appetitoso fianco sul letto s’inginocchi, flettendo un po’ la testa per ammiccare ed eccitar l’amante. E chi la gamba ancor ha soda e fresca, puntuto il seno senza alcun difetto, si rilassi obliqua lungo l’orlo del suo letto. Il suo maschio, accanto, in piedi miri, ami e resti.

Non giudicare turpe e indecente sciorinar capigliature a mò di mala donna della Tessaglia: distesi i tuoi crini, volgi impavida la voluttuosa testa. Centomila ludi gioca l’orgastica Venere, ma il più semplice, il meno gravoso, è di restar sul fianco destro, dolce, amabile, quasi semisupina. I fiammanti tripodi dell’aedo Apollo o la bocca indovina del cornuto Ammone mai il vero amore vi canteranno alla maniera che fa la mia erotica Musa. Se qualche pregio ha un’arte che m’insegnò il tempo maestro, abbiate in me fiducia! Sarà la mia poesia a darvene contezza.

Sol quando il liquido orgasmo penetri nella femmina tutta per ogni dove, esploda il maschio i simultanei umori. Nel piacere uniti soffiate lieve le voci e un murmure dolce se levi tra voi, a innalzarvi felici e leggeri come su un ponte sonoro d’arcobaleno. Non taccia nel tumultuoso assalto la bocca a spifferar parole ardite. Ed anche tu, cui la proditoria Venere negò l’impeto finale in amore, trascina il tuo corpo nel similar la gioia con voce bugiarda degna di Talia. Ahimè, sventurata e sola colei cui gelida la natura formò quella parte da cui debbono bere a un tempo felicità uomini e donne! Ma tu, o figlia di Commedia, cerca di non tradirti mai nella menzogna!

Con movimento d’arti e occhi arguti fa’ sì ch’egli ti creda sull’orlo e poi giunta sul punto estremo da cui più non si farà giammai ritorno. Soavi parole e l’ansimare frequente rivelino il tuo piacere. Ah! Mi vergogno, quante altre intime cose avrei da aggiungere ma il pudor di vieta e dir non posso. Dopo i piaceri di Venere, colei che un dono impetrò, vorrà soltanto che quanto chiesto non le valga più niente. Tanto accade a chi tutto ha avuto. L’alcova poi non ama aver troppo chiarore da tutte le finestre. Nel tuo corpo lascia zone ben nascoste in ombra. Il mio gioco è alla fine. Ora è il mio momento ch’io ridiscenda dai due candidi cigni che ressero fin qui sui lunghi colli, il mio pesante e turgido giogo. E voi che fin qui mi seguitaste impavidi, vecchi, giovani e donne, ora istoriate sopra i trofei: “Ci fu maestro Ovidio”.

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L’Ars Amandi è un poema in tre libri scritto in esametri da Publio Ovidio Nasone, un poeta romano vissuto nel I sec. A.C.

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